“Tu sei l’unica routine che non mi stanca mai”; così le parole di quella canzone fecero molto riflettere Andrea, mentre raggiungeva il posto di lavoro con la radio accesa.

Come ogni giorno si era alzato all’orario consueto, si era vestito, aveva fatto colazione ed era salito in macchina per imbottigliarsi nel traffico cittadino. Ad attenderlo in ufficio avrebbe trovato la quotidiana marea di pratiche, da sbrigare una per volta.
Alle 12.30 avrebbe trascorso la pausa pranzo nella solita squallida tavola calda di sotto, dove avrebbe consumato un piatto di pasta precotta o di carne decongelata, per poi tornare alla sua attività fino alle 17.30.
A quell’ora si sarebbe recato come sempre nello stesso caotico supermercato per provvedere a un po’ di spesa. Tornato a casa avrebbe preparato la cena, che non sarebbe stata molto più esaltante del pranzo, e, dopo mangiato, si sarebbe buttato sul divano a guardare un film nella sua abituale solitudine.

Solitudine (Foto di Daniel Reche da Pixabay)

Andrea iniziò a pensare che quella quotidianità sempre uguale e monotona, che ogni giorno viveva, quasi recitando lo stesso copione di una tragedia, non lo avrebbe realizzato come persona. Una “routine che non stanca” costituiva una contraddizione in termini, ma poi si rese conto che la canzone parlava di una relazione. Andrea viveva solo da tempo e ci si era abituato: era diventato schivo, riservato e solitario; quando ad esempio venivano organizzati pranzi o cene aziendali lui rifiutava gli inviti, così come nei giorni festivi trascorreva le giornate solo a casa, approfittando per dedicarsi a quel minimo di pulizie di cui una casa, abitata per un tempo limitato praticamente a cena e pernottamento, necessitava.

Quel giorno la tavola calda pullulava di clienti ed era rimasto libero solo un tavolo in un angolo. Andrea ruppe gli indugi per occuparlo quando notò che una collega, Laura, si apprestava a fare altrettanto; “O io, o te, o tutti e due” gli disse lei divertita. Si sedettero dunque entrambi e, dopo aver ordinato, iniziarono a conversare del loro lavoro, che anche lei trovava monotono e poco esaltante, ma che sperava sarebbe stato poi utile a qualcuno. Verso fine pasto cambiarono argomento, quasi a voler conoscersi meglio a livello personale; nei giorni successivi approfondirono sempre di più la loro conoscenza.

Trascorrere le pause pranzo insieme a quella collega aveva cominciato a riempire un vuoto nella vita di Andrea: recarsi al lavoro in mezzo al caos cittadino gli risultava meno snervante ed occuparsi delle pratiche sul suo tavolo si era fatto per lui più stimolante; era diventato più socievole e loquace con tutti i colleghi, al punto che una sera aveva accettato un invito a ritrovarsi al pub con alcuni di loro. Era felice di quel cambio di prospettiva nella sua vita e fu così che decise di fare un passo in più per renderla stabile. Nel fine settimana propose a Laura di pranzare insieme a lui in un locale appena fuori città. Come sempre la conversazione fu piacevolissima, così che Andrea ne approfittò per invitare la collega a casa sua; “Mi dispiace, ma oggi non posso. Magari un’altra volta molto volentieri” rispose la donna.

La sera fissata Laura giunse puntuale a casa di Andrea e, quando l’uomo le aprì la porta, i due si sorrisero; poi lei entrò.

“Splendida serata! – commentò la donna al momento di accommiatarsi –. Peccato che non potrò ricambiare la gentilezza a breve: sai, domani parto con alcuni amici per Kharkiv, dove proveremo di portare il nostro aiuto alla popolazione, estremamente provata da questa assurda guerra”.

Il giorno seguente Andrea si trovava alla stazione ferroviaria, in partenza con un gruppo di volontari per una nuova esperienza di vita.

(Marco Martelli)