Andrea Pagani

Secondo appuntamento con il “Gotico”, il un nuovo tema monografico che ci accompagnerà nel mese di giugno nella rubrica letteraria, “Lo scaffale della domenica”, a cura di Andrea Pagani. Storie di fantasmi, incubi, oscure ossessioni. Buona lettura!

La genesi di certi romanzi è davvero bizzarra. Alcuni libri nascono sotto una forte urgenza economica, altri sotto la pressione di un editore esigente, altri ancora nel trasporto di una rapinosa ispirazione. Poi ci sono libri che nascono per scommessa: per un gioco e una simpatica competizione, e magari sono degli autentici capolavori: libri che lasciano un’eredità intramontabile.

È il caso di Frankenstein pubblicato nel 1818 e scritto a soli 19 anni dalla britannica Mary Shelley, ben presto divenuto un classico del gotico e del fantascientifico, prototipo di tutta una serie di opere letterarie che hanno trovato larghissima eco non solo nella narrativa ma anche nel cinema e nel fumetto.

La genesi del libro

Tuttavia, non sono in molti a sapere che questo capolavoro è sorto da una bizzarra scommessa, che riveste un ruolo importante per la comprensione dei motivi e delle suggestioni culturali del gotico.

Per la precisione, in una notte di giugno del 1816, a Villa Diodati, sul lago di Ginevra, nasce l’idea di Frankenstein: in quella villa, presa in affitto da lord Byron, si incontrano il poeta Percy B. Shelley e la futura moglie Mary, accompagnati dall’inseparabile Jane, detta Claire, sorellastra di Mary. Nella villa sul lago, Mary e Percy trascorrono le serate in compagnia di Byron e del suo medico personale John Polidori, facendo uso di sostanze di ogni tipo. E tra letture e discussioni di testi, in particolare di racconti tedeschi di fantasmi tradotti in francese, durante una di quelle serate, dopo una tempesta, lord Byron, lancia ai suoi ospiti una scommessa: chi sarà capace di scrivere il miglior racconto da brivido, che avrebbero letto e valutato nelle notti successive?

Mary Shelley e John Polidori prendono molto sul serio la sfida e mentre Polidori inventa il racconto breve Il vampiro, prima trattazione di una icona horror che godrà poi di immensa fortuna, Mary sviluppa l’idea embrionale di Frankenstein, che in seguito amplierà legandola al tema della nascita e della morte, alla scienza e all’etica, e dando così vita, nei due anni successivi, al romanzo che prenderà per l’appunto il titolo di Frankenstein o il moderno Prometeo.

Il libro

Non è banale ricostruire, anche solo per linee generali, la situazione narrativa del libro, cogliendone i grappoli tematici più significativi: la vicenda è ambientata a Ginevra e narra la storia di uno scienziato, Victor Frankenstein appunto, che affascinato dalle nuove possibilità della scienza, riesce a dar vita ad una creatura gigantesca fatta con pezzi di cadaveri. Inorridito di fronte alla mostruosità di ciò che ha creato, Frankenstein fugge.

Il mostro, rimasto solo, si allontana alla scoperta del mondo, pieno di speranze e di buoni sentimenti fino a quando, resosi conto dell’orrore che il suo aspetto suscita negli altri, trasforma l’amore per l’umanità in odio e, di seguito, in desiderio di vendetta nei confronti del suo creatore che perseguita colpendolo negli affetti più intimi, uccidendo dapprima il fratello più piccolo, poi l’amico più caro e infine la donna che ama. In tal senso, fra lo scienziato e la sua mostruosa creatura, si viene a creare un ambiguo rapporto di amore e odio, di pietà e vendetta che li porta a inseguirsi a vicenda lungo le Alpi e il nord dell’Europa, fino al Polo Nord dove entrambi trovano la morte.

Non c’è dubbio che limitare un’opera di tale complessità e profondità al mero perimetro del romanzo di orrore e di fantascienza, sia assai riduttivo, perché il genio della Shelley (e stupisce ancor di più che all’epoca della composizione aveva solo 19 anni) è in grado di declinare alcuni argomenti in voga a quei tempi (l’interesse per la scienza, e in particolare per gli effetti dell’energia elettrica) con riflessioni sulla condizione dell’uomo, sul rapporto fra padre e figlio, fra umanità e mostruosità, fra apparenza e verità.

È vero: l’iniziale dato scientifico che troviamo in Frankenstein è popolare, sulla scia di una scienza divulgativa che arrivava nei teatri: in quegli anni in Europa infatti giravano veri e propri spettacoli scientifici che mettevano davanti agli occhi degli spettatori dei cadaveri rianimati grazie all’utilizzo della pila voltaica e la gente pagava per vedere quei cadaveri nei teatri che si muovevano per reazione meccanica.

Ma l’intuizione narrativa della Shelley va ben oltre il puro dato di cronaca, la semplice moda letteraria, la mera occasione popolare, e attraverso l’effetto gotico trasferisce i riferimenti scientifici su un piano di riflessione universale sull’etica, sull’uso della scienza, sulla crisi dell’identità umana.

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(Andrea Pagani)