Capitolo 21

Loro tre rimasero, infine, soli. La tensione vissuta per tutto il giorno adesso poteva essere rilasciata.
«Ti va di fare un brindisi da noi?» chiese d’improvviso Vladimiro ad Agnese.
«Va bene» rispose lei che non aveva nessuna voglia di pensare; voleva essere guidata, sorretta. Accettò con piacere l’invito, nonostante la conoscenza fosse ancora limitata, ma l’empatia che sentiva nei loro confronti e che avvertiva ricambiata, la faceva sentire serena.
«Papà» disse Greta «Io esco».
«Esci?» ripeté lui, sorpreso.

Greta fece un gesto in direzione dell’altra parte della piazza; dal semibuio avanzò una figura che andò a fermarsi davanti a lei.
Un ragazzo con un timido sorriso sul viso gentile. «Buonasera», disse sussurrando.
Il padre guardò la figlia con gli occhi titubanti mentre Agnese rispondeva al saluto del ragazzo per poi fare un occhiolino a Greta.
«Michele» disse lei. Vladimiro ricordava un nome del genere tra il gruppo del laboratorio di teatro. «Andiamo a mangiare una pizza» concluse.
«Ciao», rispose Vladimiro, un po’ freddo.
«Divertitevi», s’intromise Agnese sempre guardando Greta.
«Non fare tardi» disse l’ormai rassegnato padre.
«D’accordo» rispose Greta e si allontanarono seguiti dallo sguardo del padre.

«Che si fa?» chiese lei.
Lui si riprese e ammise che, in fondo, rimanere solo con Agnese lo faceva sentire stupidamente felice.
«Chiudo il teatro» disse con un’inaspettata foga e scomparve all’interno.

Agnese, pervasa da una grande quiete, volse lo sguardo verso il lungo tramonto di giugno che data l’ora illuminava ancora il cielo costellato di rare nubi, cambiare colore e sfumare verso l’azzurro, il blu mentre dall’altra parte dell’emisfero già s’intravedevano le prime stelle. Nella piazza antistante e nelle strade, le arancioni e coniche luci dei lampioni stavano prendendo possesso della luminosità naturale mentre i fluorescenti colori dei neon dei negozi e dei bar s’incuneavano rasenti spargendosi sul selciato, sugli avventori che si godevano la fresca temperatura della sera.

«Eccomi» disse Vladimiro e chiuso il portone del teatro, proseguì. «Andiamo?»
«Sì», e s’incamminarono, in un improvviso, ma innocente silenzio.

Agnese, dopo la fine della doppia relazione con Riccardo e Angelo, la fuga da Roma, si era imposta di mettere da parte ogni possibile nuovo incontro con l’amore o il sesso e da quando si era trasferita a Portico aveva sempre rifiutato le avances degli uomini.

Ma la sua “solitudine” da zitella, aveva presto fatto nascere nelle comari e nei pettegolezzi dei bar di Portico, il sospetto che lei nascondesse qualcosa. Chi diceva che avesse abbandonato il futuro marito sull’altare, chi sospettava che avesse iniziato una relazione clandestina con Domenico, chi era sicuro che fosse lesbica.
Lei però non aveva dato peso alle chiacchiere che un po’ alla volta erano svanite e passate di moda. E negli ultimi tre anni le sue relazioni con gli uomini non avevano mai oltrepassato la linea rossa che aveva posto davanti a sé; solo rapporti professionali o con i padri degli alunni mentre le amicizie femminili erano a Roma.

Ma inaspettatamente si era aperta all’incontro divenuto piacevole, con l’ora silente Vladimiro. Forse li aveva accomunati essere ambedue, “stranieri”, “meglio: naufraghi dopo una tempesta” come si era detta una sera. Nessuno dei due sapeva ancora molto dell’altro, ma si accorse che non era fondamentale; si fidava del suo istinto. Era sicura che lui fosse una brava persona, tormentata probabilmente per la separazione con la moglie, la perdita del lavoro e benché avvertisse i suoi dubbi interiori, le contraddizioni, lui diffondeva in realtà una sicurezza che forse nemmeno pensava di avere e questo la metteva a proprio agio. Si voleva godere solo la sensazione di complicità che era nata. Ma ambedue, non sentivano il bisogno di parlare, compiacendosi solo della presenza vivida dell’altro.

«Chi è quel tipo?» disse l’uomo con un sigaro in bocca all’amico seduto accanto su un tavolino del bar della piazza mentre i due passavano.
«Il custode del teatro. È il tirapiedi del sindaco» rispose il secondo sorseggiando l’ennesimo spritz.
«Quel bastardo di politicante. Tutti quei soldi per riaprire un teatro del cazzo. Non era meglio farci una discoteca?»
«Un lap-bar. Ancora meglio».
«Soldi dei contribuenti buttati nel cesso».
«Cosa c’è? Ti sei messo a pagare le tasse, adesso? O sei al verde?»
«Non rompere il cazzo. Se voglio, mi compro tutto questo paese di merda».
«E perché sei tornato dalla Spagna? O hai, la Guardia Civil che ti cerca?» e rise di nuovo.
«Cosa sai di lui?»
«Poco e niente. Ha una figlia, una fighetta niente male».
«Si scopa la maestrina?»
«Probabile».
«Non mi piace».
«Perché la maestrina non te l’ha data» e rise di nuovo.
«Fottiti. Quella è lesbica».

«Arrivati» disse Vladimiro che aveva salutato cortesemente le persone conosciute in cui s’imbatterono, ma rimanendo indifferente alle mute domande che facevano nascere negli altri.

La precedette sulle scale poco illuminate del vecchio palazzo. Stava per infilare la chiave nell’uscio quando la porta dell’appartamento di “Teresina l’Impicciona”, come l’aveva soprannominata Greta, si aprì e lei apparve, il viso contratto di cui era chiara la disapprovazione per la presenza a quell’ora di Agnese.

«Buonasera signor Vladimiro. Signorina Maestra» disse, il tono di voce che aveva già emesso la condanna per quella giovane che entrava in casa di un uomo solo con, per giunta, una figlia.
Ma loro due, dopo averla salutata, entrarono e guardandosi si misero a ridere sottovoce.
«Domani sai già cosa ti aspetta» disse lui.
«La mia reputazione è già ai minimi livelli. Peggio non può andare». Rispose lei e rise di nuovo mentre appendeva la borsa all’attaccapanni.

Vladimiro diede un’occhiata veloce alla stanza; era quasi in ordine anche se l’arrivo di un’ospite non era stato previsto.
«Scusami per il disordine. Non ho avuto molto tempo» cercò di giustificarsi mentre spostava in maniera un po’ convulsa oggetti e cose che poi rimetteva in un altro luogo che non era il loro originario, contribuendo di fatto a non ristabilire una precisa disposizione.
«Non ti preoccupare. Non ce n’è bisogno» disse lei sempre ridendo ancora in piedi.
«Siediti. Hai fame?» rispose aprendo il frigorifero. «Greta dovrebbe avere preparato qualcosa» e rovistò tra scatole, pentolini, barattoli mezzi vuoti.
«Vladimiro?»
«Sì?»
«Non ho fame. Ho solo sete. Calmati. Sei troppo agitato» disse guardandolo con tenerezza.

Lui rimase per qualche secondo immobile, con lo sportello del frigorifero aperto; Agnese vide bene che era semi vuoto; ma non le importava se ci fosse o no del cibo.
«Questa va bene?» disse lui estraendo la bottiglia di spumante che aveva comprato pochi giorni addietro per festeggiare l’apertura del teatro.
«Benissimo».

Lui tornò a rovistare nella vecchia credenza, estraendo i bicchieri, un grande pacchetto di patatine, un barattolo di olive verdi, degli stuzzicadenti, appoggiandoli in modo un po’ convulso sul tavolo davanti a lei che continuava a sorridere per il suo affannarsi, il volto concentrato e serio.

«Vladimiro. Per piacere» ripeté lei attirandolo con delicatezza per un braccio.
Lui non rispose, ma obbedì. Era la prima volta dopo cinque anni che si trovava da solo con una donna in casa e sentì che non era la stessa sensazione che avvertiva quando andava a trovare Volya.
«L’apri?» chiese lei vedendolo immobile.
«Sì. Certo» e in breve stappò la bottiglia e riempì i bicchieri.
«Alla nostra» disse.
«Sì», e bevvero senza staccare gli occhi dall’altro.

Il brindisi ebbe il potere di scioglierli entrambi. Iniziarono a parlare della recita, degli inconvenienti accaduti, della tensione che via via era scemata, del comportamento dei bambini, mentre i brindisi si succedevano.

Il volume delle loro risa, delle voci usciva dalle finestre aperte per rovesciarsi sulla strada sottostante e quando si ritrovarono con la bottiglia vuota, le patatine e le olive finite, ebbero un attimo di smarrimento. Agnese aveva bevuto ben oltre le sue normali abitudini quasi da astemia e non riusciva più a trattenere le risa.

Due ore volate via come se non fossero mai esistite; ma nessuno dei due aveva accennato alla propria vita passata. Tutti e due l’avevano messa da parte.

«Forse è meglio che vada» disse lei, con un ultimo barlume di razionalità.
«Ti accompagno».
Lei si alzò, barcollante. «Non importa». Non era proprio certa di riuscirci ma voleva farcela da sola. Ritrovò l’equilibrio e si diresse verso la porta seguita con apprensione da lui.
Si fermo, si voltò e disse: «Grazie. Sono stata molto bene».
Erano così vicini che poteva sentire il respiro di lui sulla bocca. Lo abbracciò e senza che lui se ne rendesse conto, posò le labbra sulle sue.
«Agnese…» la parola gli morì in gola.

Ma Vladimiro non si trattenne e mentre il bacio diveniva sempre più profondo anche lui la strinse forte e non udì la chiave infilarsi nella porta; vide troppo tardi il volto di Greta oltre le spalle di lei. «Papà!»

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