Capitolo 22

Agnese quella mattina non aveva scelto il solito bar della piazza per fare colazione, ma si era andata a sedere nel caffè che si trovava poco dopo la cinta delle mura medievali, dove di rado si recavano gli abitanti di Portico, frequentato com’era soprattutto da persone di passaggio visto che era ubicato proprio a lato della provinciale che conduceva in Toscana e per questo era dotato di un vasto, per quanto disadorno, parcheggio.

All’ombra di spaurite acacie e ailanti spezzati in più punti, alcuni spaiati tavolini e sbiadite sedie di plastica cercavano di dare un tocco di accoglienza al locale. Non contenta di essersi rintanata lontano da sguardi e incontri indesiderati, aveva indossato gli usuali occhiali neri; era certa che nessuno l’avrebbe disturbata e potere così, rimuginare senza sosta “sull’incidente” della notte prima.

Non riusciva a perdonarsi il bacio dato a Vladimiro, e peggio, l’essere stata vista da Greta. Senza un vero motivo, le sembrava di averla tradita; seppure cercava di mettere a tacere il pensiero, nondimeno, esso ritornava a tormentarla.

“Che stupida” si disse per l’ennesima volta.

La tazza del cappuccino era vuota e mezza brioche rimaneva sul piattino, preda di passeggere mosche; non aveva fame, tanto era il nervoso che sentiva. Per fortuna, non aveva lavori in programma da svolgere per la scuola.

Il telefono squillò, si era dimenticata di spegnerlo.

“Greta”. Fu tentata di non rispondere, ma se lei aveva bisogno di un chiarimento, era giusto darglielo, anche se per lei, non c’era niente di chiaro.
«Ciao», rispose.
«Bon jour! Come va?» la voce squillante di Greta la sorprese. «Disturbo? Dove sei? Non ti vedo in piazza».
«Sono al bar sulla provinciale».
«Arrivo». Era così allegra che lei non riuscì a dirle di no.
«Sono qui».

Non passarono dieci minuti che Greta apparve, una camicia a fiori leggera e ampia, i lunghi capelli sciolti e fintamente spettinati, le braccia piene di braccialetti colorati di ogni foggia e materiale, la borsa di stoffa, i grandi occhiali dai vetri azzurrati; pareva essere appena scesa da un coupé d’epoca. Agnese non riuscì a trattenere un sorriso; era contenta della felicità che Greta diffondeva.

«Ciao!» disse Greta quasi buttandosi fra le sue braccia.
«Buongiorno», ripose lei cercando di mascherare l’inquietudine di cui era pregna. «Cosa prendi?»
«Cappuccino e cornetto alla crema».
Agnese si alzò e si diresse verso il bar. Aveva bisogno di prepararsi alle domande che s’aspettava; il problema era, che non aveva risposte certe. “Che casino”.

Il barista, un uomo piccoletto con una grande pancia e un ghigno mellifluo, disse vedendola e drizzandosi il più possibile sulle punte dei piedi: «Desidera, Signorina?»
«Un cornetto alla crema e un cappuccino».
«È di passaggio? Non l’ho mai vista prima».
«Abito qui» disse lei fredda. Non aveva nessuna voglia di una conversazione e l’avances del barista, la infastidivano più del solito.
«Noi siamo sempre qui, aperti fino a mezza notte, ma anche dopo» e le fece l’occhiolino mentre le porgeva il cabaret pieno.
«Bene» rispose appoggiando le monete sul bancone. “Bastardo!” e uscì senza salutare.

Il barista guardò il pensionato intento a rileggere per l’ennesima volta le notizie di cronaca locale e disse: «Che culo» mentre continuava ad asciugare un bicchiere.
Quando ritornò Greta si buttò sul cornetto, nonostante la pizza mangiata ieri sera assieme a Michele.
«Com’è andata con Michele?» chiese Agnese per cercare di eludere così le prevedibili domande su quel bacio rubato.

Lei finì un sorso di cappuccino e addentò il cornetto. «È molto diverso dagli altri ragazzi che frequento a Donegallo. Pensavo che tipi come lui non esistessero. Sono stata molto bene. Non ha tentato neanche di baciarmi» e riprese a masticare il cornetto.

Agnese non sapeva come proseguire ma le parole che voleva dire, uscirono.
«Mi dispiace per ieri sera. Chissà cosa penserai di me. Avevo bevuto troppo» cercò di giustificarsi. Le sembrava una riposta plausibile e se ne compiacque.
«Ho visto. Anche papà era un po’ alticcio. E comunque, non devi dispiacerti. Sei single?»
«Sì».
«E allora, che problema c’è? Se vi piacete…» e iniziò a raccogliere la schiuma rimasta nella tazza. Agnese si adagiò contro lo schienale. La temuta ira di Greta non esisteva.
«Pensavo che…» disse solo.

Greta appoggiò la tazza e si distese anche lei.
«Non me l’aspettavo. Scusami. Mi è venuta spontaneo. Papà ha cercato di chiarire, quasi di giustificarsi, ma non deve, non dovete darmi delle spiegazioni. Cosa provi per lui?»
«Non lo so».
«Pensavo che solo gli adolescenti, e mio padre, avessero delle complicazioni amorose» e rise.
«No. Anzi. “Le complicazioni amorose” possono arrivare sempre… Vladimiro?».
«Non ti ha detto nulla, immagino».
«Non abbiamo parlato di noi. Eravamo così spensierati di come era andata la serata che non era importante raccontarsi chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Avevo la sensazione di averlo sempre conosciuto».
«Cosa provi per lui?»
«Non lo so, davvero. È un po’ di tempo che mi sono tenuta lontano dagli uomini».
«Non sei la sola».
«Sinceramente, non posso dire di provare qualcosa di profondo o definito. Però la sua compagnia mi mette allegria. È serio e divertente, allo stesso tempo. Tutto qui».

«Dopo la separazione con mia madre, era diventato assente, una specie di alieno. Non abbiamo passato degli anni sereni e io, sono stata troppo egoista, non l’ho aiutato. Forse inizio a conoscerlo solo adesso».
«È l’età, Greta. Tu sei la figlia, lui il padre. Forse si è sentito molto solo, inadatto e non sapeva come venirne fuori. In fondo è quello che è capitato a me. E a volte, l’unica via possibile, è fuggire, dal mondo, dalla realtà».
«In effetti, si era rintanato in un’altra epoca.
«Per questo l’avevi soprannominato Vintage
«Lo sapevi?»
«Me l’ha detto lui».
«Se entri in casa nostra sembra di essere sul set di “Ritorno al Futuro”».

Agnese rise. «Forse è ritornato sulla terra. Come me. Michele?».
«Ero molto tranquilla».
«Solo?»
«No. Anche felice. Era tanto che non sentivo il piacere di uscire con un ragazzo».
«Era la prima volta?»
«Frequenta il laboratorio teatrale. Lui è tra i più grandi. Mi è piaciuto da subito, per come si comporta, non solo perché è carino».
«Carino?» disse ridendo.
«Molto!» e rise anche lei. «Ha preso la patente da poco. Spero che papà mi faccia andare con lui senza fare storie».
«Ne faceva?»
«Poche, anche se a volte non le ho detto tutta la verità».
«Siete nell’assoluta normalità; un padre che si preoccupa della figlia e una figlia adolescente che vuole essere libera di fare tutto ciò che gli passa per la testa».
«Anche tu?»
«Ovvio. Anch’io ho dato qualche grattacapo ai miei genitori, mentre mio fratello minore, è stato ligio e obbediente fino alla nausea» e rise di nuovo.

«Abbiamo parlato molto. Anzi. Ho parlato molto. Forse si era anche un po’ stancato».
«Vi rivedete?»
«Oggi pomeriggio».
«Non devi averlo stremato troppo».

Il telefono di Agnese squillò.
«Tuo padre» disse, ma non rispose.
«Allora?» incalzò Greta.
«Non so cosa dirgli».
«Ti ha chiamato. Ascoltalo».
«Ciao…tutto bene, sono con Greta…va bene… a dopo» e appoggiò il telefono sul tavolino.

Greta la guardava in attesa.
«Passa a prendermi».
«Con la “Zitella”?»
«La Zitella?»
«Vedrai» e rise. «Paura?»
«Sì. Un casino. Non so cosa dirgli».
«Diglielo».

Lei non rispose. Greta prese il telefono e scrisse a Samantha. “Mille mila news. Pizza con Miki. Abbiamo parlato un casino seduti sui sedili del dondolo per bambini. Nessun bacio, né altro. Una sera bellissima. Sono iper-felice. Sorpreso mio padre a baciare la maestra! Cosa ti avevo detto? Pensavo si fosse messo l’anima in pace. Delle donne non ha ancora capito molto. E neanche dell’amore. Ecco la foto di Miki, come promesso. Non è ammesso dire che non ti piace. Lì? Soliti casini?”.

La Fiat 6oo azzurra apparve sulle curva e si fermò allo Stop.
«Eccola» disse Greta.
«La Zitella?»
«Non è molto comoda, ma è fichissima».
«Sì».

L’auto s’immise sulla careggiata diretta verso il parcheggio del bar.
«L’ho baciato io» disse Agnese di fretta.
Greta la guardò sorpresa. Voleva rispondere ma l’auto si fermò sotto gli alberi. Vladimiro uscì, il volto turbato, gli occhi stanchi di una notte insonne.

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