Che questa tornata referendaria fosse destinata dall’inizio all’insuccesso, ossia al mancato raggiungimento del quorum, era una eventualità del tutto certa.

Molteplici le ragioni, quali l’oggettiva difficoltà tecnica nel comprendere dapprima il contenuto dei quesiti e poi le conseguenze concrete in caso di vittoria dei SI, ma anche la scarsa informazione da parte degli organi mediatici.

Ma soprattutto, la mancanza di vero interesse da parte dei partiti di condurre una campagna referendaria. Chi non ha mai sostenuto la raccolta di firme e la necessità di ricorrere a questo strumento, può andare esente da colpe.

La domanda sorge spontanea: chi ha voluto questo referendum e quindi ne è uscito sconfitto?

A poche settimane dalla chiamata alle urne, di fatto nessun partito ha condotta una campagna degna di questo nome. Sembra quasi che i cinque referendum siano arrivati da soli, non richiesti né voluti da alcun partito.

Invece non è così. Nella scorsa estate Salvini, probabilmente per evitare sorpassi da Forza Italia che lo accusava di scarsa moderazione, si è intestato la lotta di tutte le lotte, ossia la riforma della giustizia, lui, che mai è stato garantista (basta effettuare una semplicissima ricerca on line).

Per motivi che ancora si ignorano, quelle firme non sono mai state depositate presso la Corte di Cassazione (il referendum di fatto è stato chiesto da nove consigli regionali).

In tutto questo pasticcio, arrivati a poche settimane dal 12 giugno, si sono registrati scarsissimi interventi di Salvini e Lega su questo referendum.

Ben sapendo quindi dell’esito scontato, e probabilmente al momento della raccolta delle firme si confidava nel successo del quesito su eutanasia e cannabis che invece avrebbe con ogni probabilità interessato molti più elettori, il leader della Lega ha cercato di far dimenticare quella scelta.

Sia ben chiaro: la giustizia va riformata, cosa per nulla facile. I cinque quesiti di fatto erano cinque picconate contro aspetti del tutto diversi gli uni dagli altri. La vera riforma, a parere di chi scrive, dovrebbe essere più organica.

Una nota politica che comunque è emersa al di là del fallimento dei referendum: mentre per i quesiti riguardanti la Legge Severino e limitazione del cautelare, i SI hanno raggiunto poco più del 50%, in quelli sulla separazione di funzioni, diritto di voto nei consigli giudiziari, elezioni CSM, si va dal 71,94% al 74,01%, segno che il desiderio da parte degli elettori di un cambiamento nella magistratura è più che mai sentito.

(Andrea Valentinotti)