Altro che Draghinomics o approcci keynesiani, oggi serve luce. Serve cambio di passo e riforme al di la delle chiacchiere pre-elettorali di routine: “…dove sono finiti i soldi? I nostri, della nazione, quelli dei lavoratori?…”. Ed è ora di finirla con tutte quelle “cose estranee” che hanno bannato direttamente l’occupazione, i redditi e la crescita col rischio di affossare progresso, che finora è esattamente quello che è successo.

Purtroppo storicamente l’Italia è sempre stata abituata a sopportare crisi dato che da decenni si confronta con esse e non è una gran consolazione, finora non ha mai goduto delle loro opportunità perché è sempre stata alla finestra a guardare un fenomeno su cui è sembrato non esserci alcuna possibilità d’azione rimanendo costantemente impegnata a preparare e sognare (e pregare) un futuro che non è mai arrivato se non sotto forma di ulteriori crisi; prova ne è che l’Italia delle frenesie e della fiducia nel futuro (boom economico) dei grandi sogni utopici (sessantotto) e della rivoluzione tecno- informatica, ben prima e soprattutto dopo “Lehmann” è come scomparsa dai radar.

Impossibile quantificare e qualificare le facce delle crisi di una nazione spaccata in due (il Nord un po’ meglio del Sud), con i tre cardini della sua società civile (giustizia-scuola-sanità) che funzionano poco e male, coi detenuti in attesa di giudizio, l’abbandono scolastico e le corsie degli ospedali intasate, emergenze escluse.

L’Italia di oggi è un Paese immerso in una miriade di “cose estranee” che affossano progresso sponsorizzando di contro una modernità di facciata fatta d’altro, come ad esempio il rapporto di cellulari ogni 100 abitanti con neanche un italiano su due che legge libri, oppure il triste record delle ore passate ogni giorno davanti alla Tv.

Di tante di queste cose insieme è fatta la cronicità della nostra crisi, lo dicono le spiagge piene e le montagne pullulanti di sciatori come tante “cicale” a sentirsi superiori e capaci di guardare oltre gli orizzonti gretti delle “formiche”, che (si sa) sono viste come persone che non sanno vedere al di là del proprio io e del proprio tornaconto. Spirito di laboriosità (formica) quanto quello di pensatore e artista (cicala) sono accomunati alle tante (troppe) “cose estranee” figlie dello scoraggiamento generale che guadagna sempre più terreno, che sfocia nel sentimento di sfiducia tangibile nelle conversazioni tra interlocutori diversi dei dibattiti Tv, volte a cercar di “annacquare” l’idea sempre più serpeggiante che senza una giustizia giusta, senza una scuola che insegna e senza la sanità che cura, per l’Italia non ci sarà speranza. Come a ricordare che il passato si è poco legato al presente e come esso possa legarsi positivamente ad un futuro, oltre che ervire a dare il nome ad una nazionale di calcio e a pagare gli interessi del debito pubblico.

Al memorandum delle crisi non è mai bastato a raccontare la bella favola europeista che a volte è solo servita a riempire vuoti pragmatici e l’inettitudine di tenti, ci vorranno in futuro segnali coraggiosi anche di discontinuità e mutamento perché sfortunatamente continuando così non si diminuirà il debito pubblico, non si raddoppierà la Salerno-Reggio Calabria, né si diminuiranno tasse né spesa pubblica, non si elimineranno le mafie dal traffico dei rifiuti, non si costruiranno le carceri e non si introdurrà la meritocrazia nei cento luoghi dove è necessario, insomma continuando così si “tirerà a campare” rivitalizzando quel sottobosco politico pronto a dar quattrini solo agli amici degli amici, mentre si dovrebbe mirare a ben altro di cui il Paese ha bisogno.

(Giuseppe Vassura)