Capitolo 24

Greta si svegliò. Le pareva di avere sentito sbattere una porta. Guardò lo smartphone; 08.47. Sentiva ancora il bisogno di dormire ma l’immagine di Michele riaffiorò e lei sorrise. Si sentì felice, “fino all’ultimo respiro” come aveva scritto a Samantha prima di chiudere gli occhi e non ebbe più voglia di rimanere a letto.

Si alzò e arrivò in cucina. Udì scorrere l’acqua del lavandino nel bagno. Prese il brik del latte, ne mise a scaldare un pentolino per sé, preparò la moka per il padre, prese la confezione degli Abbracci e sedutasi in attesa di vederlo comparire, addentò il primo.

Agnese aprì la porta del bagno intenta a legarsi i capelli e quando i loro occhi s’incontrarono, arrossì. Rimasero immobili, tutte e due; lei non sapeva cosa dire, cosa fare. Avrebbe voluto sparire all’improvviso, come un fantasma.
«Vuoi il caffè?» disse Greta prendendo la moka borbottante. Agnese si accorse che sorrideva.
«Sì» e andò a sedersi a tavola.
«Corretto?» chiese Greta mentre riempiva la tazzina.
«Sarebbe il caso» rispose lei. «Chissà cosa penserai di me» continuò.
«Chi sei, Grimilde?».
«E tu?»
«Biancaneve, è ovvio!» e addentò un altro biscotto. «Insomma. Gliel’hai data o no?»
«No».
«Peccato. Ogni lasciata è persa» disse Greta scuotendo la testa con finta tristezza. Lei si schernì.

«Mi sono addormentata subito e non avevo neanche bevuto. Mi ha spogliato tuo padre, altrimenti avrei dormito vestita. E tu, cosa avete combinato?» ribatte con malizia.
«Per ora tutto tace su quel versante» e rise. «Sei stata bene, almeno?» proseguì Greta, ora con aria complice.

Agnese si riprese. «Sì, molto, e non ho voglia di pensare al futuro. Non mi interessa adesso».
«Nemmeno io. Con Miki mi sento viva, senza pretendere niente da me o da lui. Anche se però, a dire il vero, sento già sentire per lui qualcosa che non avevo mai provato prima per nessuno. Papà?»
«Vladimiro… tuo padre mi sembra la pensi allo stesso modo».
«Ti concedo di chiamarlo Vladimiro, anche “Vintage”, se vuoi» e rise. «Ma ti prego. Non ferirlo. Non se lo merita. Non è un cattivo ragazzo, anche se è figlio di una portinaia e di un operaio. È solo un po’ incasinato».
«Solo un po’?» e rise. «Scherzo. Non ci conosciamo ancora bene ma sono sincera con lui. E lui lo è con me. È già sufficiente questo».

«Allora ti racconto tutto io. I suoi genitori abitano nel loro paese natale, Portogruaro. Li vedo solo per le feste e sempre solo con papà. Lì accanto abita la sorella di papà, zia Valentina; la “principessa”. Si è sempre creduta un “gran figa” e si è sposata con un arrivista di merda. Insopportabile. E per finire, i genitori di mia madre non sopportano papà. Una tipica famiglia italiana!» e rise.
«Mi dispiace. A volte anche i rapporti tra familiari non sono ottimali. Tua madre?» chiese ora curiosa Agnese.
«Vanessa» e ridiede un morso al biscotto. «Non lo sapevi?»
«Sì», mentì, ma subito dopo si corresse «Non mi ha detto niente. Ma del resto anche lui sa poco di me. Il passato, per ora, l’abbiamo messo da parte».
«Papà e mamma si sentono solo per parlare di me, anche se prima di venire qui li ho costretti a una cena» e finì il biscotto.
«E come è andata?»
«Non male. Almeno hanno ricominciato a parlare di loro».
«Vorresti che tornassero insieme?»
«Ho fatto l’abitudine a vederli separati. Vorrei solo vederli felici. Lei sta con un tipo che non mi piace per niente. Ma se va bene a lei…».

La porta della camera da letto si spalancò e Vladimiro apparve, il volto assonnato, con addosso i blue-jeans e una t-shirt sgualcita e senza degnarle nemmeno di un’occhiata entrò in bagno per fermarsi sulla soglia, la mano ancora sulla maniglia.
Si girò. “Merda!”. Fece l’indifferente ed entrò.
Quando riapparve, Greta non c’era. “Per fortuna”, pensò.
Agnese lo guardò e fece spallucce. «Ciao bella» disse solo.

Le diede un bacio e si guardarono senza il bisogno di dirsi niente.
Vladimiro bevve il caffè e prima ancora di avere appoggiato la tazzina sul tavolo, si alzò per andare a vestirsi.
Agnese e Vladimiro uscirono dal palazzo e si trovarono davanti “Teresina l’Impicciona”, la logora borsa di vimpelle nera piena della spesa.

«Signor Vladimiro. Signorina» disse con una non celata malizia.
«Buongiorno», risposero all’unisono loro due e si avviarono, prendendosi per mano, lungo la via.

Con le mani strette sulla borsetta, lei commentò a voce non troppo bassa. «Al sàvéva mé! Mo l’ha nénca nà fiòla….ac mònd!» (Lo sapevo! Con una figlia, poi. Che mondo!) Li osservò con sdegno ma già eccitata all’idea della notizia da comunicare alle amiche, senza rendersi conto che la loro passeggiata mano nella mano, proprio in mezzo al mercato settimanale, avrebbe reso “il piccante” pettegolezzo, subito vecchio.

Vladimiro e Agnese si salutarono all’entrata del teatro. Lei si diresse verso il plesso scolastico, lui entrò. Doveva organizzare la serata dell’Avis e redigere il programma del laboratorio. Si sentiva carico di un’energia nuova.

L’assemblea dell’Avis si svolse senza nessun intoppo, come il successivo brindisi organizzato nel foyer del teatro. Domenico fece gli onori di casa, mentre Vladimiro, impettito e orgoglioso del ruolo che stava di nuovo riscoprendo, si gongolava delle attenzioni che gli venivano riservate. Iniziava a sentirsi parte della comunità.

Greta e Agnese non si erano viste per tutto il giorno. Agnese era impegnata con gli scrutini, gli esami, mentre Greta si godeva il riposo estivo assieme a Michele e i nuovi amici. Apparvero entrambe a serata iniziata. Vladimiro, seppure impegnato, avvertiva la muta presenza di Agnese seduta poco distante, mentre Greta girava per il foyer, chiacchierando.

Per Vladimiro e Agnese i giorni iniziarono a trascorrere con il ritmo scandito dai rispettivi impegni di lavoro. Ora si vedevano senza preavviso; imprevedibili incontri, sovente decisi all’ultimo momento, alle ore più strane e quando una mattina si ritrovarono uno tra le braccia dell’altra nel letto dell’appartamento di Agnese, non ci fu bisogno di parole; gli sguardi dicevano tutto.

Vladimiro accese le luci di sala mentre scemavano gli ultimi, radi, applausi. Spense i riflettori sul palcoscenico, azzerò il volume della musica, circondato e ringraziato dai membri dalla compagnia dialettale La Carovana della Simpatia di una cittadina della bassa di cui non ricordava il nome. Del testo in dialetto non aveva capito granché, ma gli spettatori, accorsi così numerosi da avere occupato ogni posto del teatro, avevano gradito lo spettacolo e ora, sporgendosi dal sipario, Vladimiro poteva vedere Domenico ringraziare a uno a uno i presenti.

Era la prima serata dedicata a uno spettacolo teatrale e, benché si trattasse di una compagnia dialettale che all’inizio della sua carriera Vladimiro aveva guardato con sufficienza e distacco, se non con disprezzo, col passare del tempo aveva imparato a considerarle con benevolenza. La passione che i componenti delle compagnie spandevano attorno, l’ingenuità delle loro interpretazioni, i testi “boccacceschi”, gli arredi, gli oggetti, i vestiti provenienti direttamente dalle case dei partecipanti, l’imbarazzo che gli attori giovani provavano nello scambiarsi effusioni in scena, il regista, nonché spesso sceneggiatore e capocomico, che veniva incensato e adorato dagli altri componenti, avevano contribuito a fargli cambiare idea; parevano dei bambini in un nuovo parco giochi.

Mentre i componenti della dialettale erano intenti a caricare sul furgone e le auto, arredi, costumi, oggetti, Vladimiro si trovò in compagnia del signor Antonio, il presidente della locale Pro-Loco, che continuava a elogiare lo spettacolo, il successo della serata e già aveva comunicato a Vladimiro l’intenzione della Pro-Loco e del Comune di inserire nel cartellone della prossima stagione, una serie di quelle compagnie.
Vladimiro annuiva mentre pensava “se ci sarò” senza però fare trapelare il pensiero.

Un uomo scese dal palco e si avvicinò a loro due, lo sguardo puntato su Vladimiro e fermatosi davanti a lui, disse: «È tutto il giorno che ci penso. Dove ti ho già visto?» chiese a Vladimiro.
Lui, stupito, rispose quai ridendo: «Non saprei. Io lavoro qui da poco».
«Ma hai già fatto questo mestiere, si vede».
«Sì. In un altro teatro».
«Dove?»
«A Donegallo».

«Ah! Ecco. Ora ricordo. Sono passato da lì anni fa, con un’altra compagnia, non dialettale» e diede uno sguardo di commiserazione alle persone intente sul palco. «E Vittorio, come sta?»
«Purtroppo il signor Vittorio, non c’è più» disse lui che iniziava a sentirsi in imbarazzo per la presenza del rappresentante della Pro-Loco a cui, ovviamente, sapeva di non avere raccontato l’esatta verità. Ma l’uomo continuava a rimanere silenzioso, seppure vigile e attento alla scambio di battute tra i due.
«Mi dispiace. E l’Astoria?»
«Demolito».
«Che peccato. Be’, arrivederci. Ci rivedremo». Salutò entrambi e tornò dai suoi compagni.

Il signor Antonio non diceva niente e quel silenzio iniziò a pesare a Vladimiro per il timore che il tarlo del sospetto su ciò che aveva scritto sul curriculum, si stesse facendo strada nella mente del presidente della Pro Loco.

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