Saranno passati dieci, dodici, forse quindici anni, di preciso non ricordo. Medicina, metà settembre, rievocazione storica del Barbarossa. Si lucidavano le graticole e dalle braci si alzavano in cielo i primi effluvi di grasso strinato. Il venerdì era una serata ibrida, l’imperatore sarebbe arrivato il giorno dopo ma qualche anima inquieta vagava già coperta di stracci. In verità non era ancora rievocazione, era Gemellaggio, era il gran galà della moda, la sfilata amatoriale delle griffe paesane. Così amatoriale che il mio amico Cristian, proprietario della boutique trendy per giovani dentro ma molto meno fuori, mi aveva invitato a sfilare per lui.

“No, lascia perdere”, avevo risposto, “ti sembro adatto?” avevo alzato la camicia e mostrato una pancia che prendeva forma mese dopo mese, dopo l’addio al calcio.

“Dai, per favore, non voglio modelli, voglio gli amici, quelli che non sono troppo sovrappeso, facciamo per divertirci”.

“No, dai”.

“Non puoi dirmi di no”.

“No ti prego”, pensavo a moglie, figli, amici, colleghi.

“Dai!”

“Sono giornalista, c’è un codice deontologico che vieta di fare pubb…”.

Non mi aveva nemmeno risposto.

Io l’avevo guardato supplicandolo, ormai sull’orlo del burrone.

“I camerini sono unici, maschi e femmine insieme, vi scambiate con le modelle, perché gli altri negozianti hanno le modelle, quelle vere. Nel trambusto della sfilata non ti dico cosa salta fuori”.

Mi sarei dovuto accorgere del suo naso che cresceva a dismisura mentre diceva quella frase, invece la mia immaginazione era planata su Claudia Schiffer e Naomi Campbell che si sfilavano le sottane a due passi da me.

“Va bene dai, mi devi una bevuta”, accettai.

È inutile dire che la sera della sfilata trovai gli spogliatoi rigorosamente divisi. Ebbi l’impressione che ci fossero addirittura tre stanze distinte: modelle, modelli, amici allupati di Cristian.

“Allora”, Cristian mi si avvicinò a piccoli passai, mentre io stavo seduto sulla panchina dello spogliatoio, in tensione, quasi come prima di una finale dei campionati mondiali. Fuori c’era un mare di gente, piazza Garibaldi gremita, in attesa di ammirare le collezioni invernali. Sì, perché in un dopo cena di un torrido settembre, noi portavamo in scena gli abiti per l’inverno.

“Per te solo il meglio”, mi disse, “al primo giro ti vesti come eravamo d’accordo, e ti metti queste scarpe. Dopo, ti cambi gli abiti e… guarda qua”.

Io guardai, impassibile.

“Solo per te, la fanga più incredibile, scarpa fatta a mano, artigianale, con questa stendi mezza piazza. Illumini”.

Sarà. Pensai.

Feci il primo avanti e indietro in apnea, guardando il vuoto davanti a me, puntando il campanile illuminato dell’ex Chiesa del Suffragio. Ci saranno state duemila persone, ventimila per me, cento per la Questura. Ero in tranche, non ricordo nemmeno cosa stessi indossando, né sopra né sotto. Seguivo Antonio, l’unico di noi con un po’ di esperienza, frullava sulla passerella come un cardellino e io mi imbarbagliavo gli occhi nel tentare di copiarne i passi.

L’importante era non cadere, non cadere!

Rientrai indenne nei camerini.

“DAI DAI DAI DAI DAI; bisogna andare fuori di nuovo, cambiatevi di corsa!!!!”. Spinte e colpi sulla spalla. Volavano camicie, maglioni, pantaloni, scarpe… Mannaggia: togli camicia, metti camicia, togli pullover, metti cardigan, pantaloni, cintura, cappotto, e poi le scarpe.

“Eccole, eccole, guardale!” mi disse Cristian. “Infilale subito che vai fuori per primo”.

Qualcosa di strano.

Il piede sinistro ci stava bene. Il destro no. C’era come qualcosa che risaliva e premeva tutta la fiancata destra del piede. Non ci stavo bene per nulla.

Però, pensai lì per lì, non è proprio comoda.

Mi alzai in piedi, cavolo che male.

“Cristian, non è proprio comoda questa scarpa, mi fa un po’ male qua”, gli indicai l’esterno del piede.

“È artigianale, cuciture fatte a mano, devono prendere la forma del piede, stringi i denti, vai, vai vai!” mi sentii quasi stupido ad aver dubitato, a non capire il valore delle cuciture fatte a mano.

Strinsi i denti, strinsi tutto, anche il piede, perché lì dentro proprio non ci stava.

Arrivai sulla passerella, il dolore era forte, mi sforzai di camminare dritto, di sorridere, di trattenere le lacrime.

Rientrai nei camerini, mi tolsi le scarpe, il piede tornò a vivere come dopo due settimane consecutive di sci. Quindi, come un cowboy che controlla la presenza di scorpioni negli stivali, ruotai la scarpa e infilai una mano per tastare di persona il valore di quelle cuciture.

Uscì un calzascarpe.

Corrado Peli – Meglio che niente (Archivio)