Con un articolo su Il Piccolo, settimanale della Diocesi di Faenza, pubblicato sul numero 21 del 2 giugno scorso, don Dante Albonetti ci fa conoscere una di quelle storie, pur piene di un grande dolore, che vorremmo avere la fortuna di vivere più spesso nelle nostre vite, per la speranza che il bene possa costruire la storia più spesso del male.

Nel settembre 2003, Peter, il figlio del comandante tedesco ucciso, in viaggio alla ricerca della tomba e della memoria del padre, l’ufficiale medico Kurt Staudacher, si reca a Gubbio in visita al Mausoleo dei Quaranta Martiri e lascia il proprio nome sul registro dei visitatori.

Guglielmina Roncigli, figlia di Vittorio, uno delle vittime dell’eccidio, si impegna a scoprire, con lunghe ed estenuanti ricerche, l’indirizzo del visitatore tedesco e si mette in contatto epistolare con lui e infine lo incontra a Pomezia, dove ora le spoglie del padre di Peter sono sepolte nel cimitero tedesco.

L’incontro emozionante è raccontato nel volume di Giacomo Marinelli Andreoli, Nel segno dei padri. La storia di Guglielmina e Peter, pubblicato da Marsilio.

Nel maggio 2004, Peter è sofferente di poliomielite, la vita è stata dura con lui, cresciuto nell’ostracismo sociale riservato agli orfani di un ufficiale della Wermacht, senza aiuti statali, perché alla madre era stata negata ogni forma di sostentamento. Peter era vissuto nelle ristrettezze della Germania dell’est.

Si parlano, si scrivono, per 8 anni ininterrotti. Né le colpe né i meriti dei padri ricadono sui figli, ma Peter e Guglielmina capiscono che l’incontro, per quanto fortuito, ha lasciato in dono una responsabilità: quella di raccontare, di comprendere, di perdonare.

Anche se – come scrivono nelle loro lettere – “siamo come due bambini persi, diventati vecchi. Che si incontrano dopo una vita passata separatamente, per riconciliarsi. Anche se non abbiamo commesso nulla che meriti una riconciliazione”.

Guglielmina ha realizzato che quel peso non era stato solo suo, ma sono state sue la responsabilità e la scelta di condividerlo.
Si trovava in casa con il padre, dormiva nella culla, quando i tedeschi irruppero nell’abitazione. Guglielmina ora porta non come colpa, ma come bruciore, il fatto che il padre, per accudirla, si era attardato a uscire, scappare e a nascondersi.

Vittorio non era un partigiano, venne prelevato con gli altri italiani.
Kurt non era un militare, ma un medico arruolato come ufficiale di riserva.

Quaranta ostaggi furono gettati in una fossa comune, “legati come bestie da macello, uccisi con scariche di mitra, poi finiti a colpi di pistola e ricoperti appena con qualche manciata di terra”.

La storia dell’amicizia epistolare dei due figli, Guglielmina e Peter – protrattasi fino al 2012 quando Guglielmina si è spenta improvvisamente per un male incurabile – può sembrare piccola e periferica, ma contiene in sé un messaggio universale.

Ovunque un conflitto lascia ferite e macerie: oggi c’è più che mai bisogno di un esempio come questo dei due, che hanno avuto la forza, la tenacia, la “capacità di guardare oltre il muro” (Marinelli).

Alla fine dei conflitti ci sono sicuramente tante lacrime, sia tra i vincitori che tra i vinti: se oggi guardiamo le macerie in tante città dell’Ucraina, viene difficile pensare anche cosa voglia dire uscirne vincitori!

(Tiziano Conti)