Capitolo venticinque: “Le bugie hanno le gambe corte”

Capitolo venticinque: “Le bugie hanno le gambe corte”

Vladimiro era alla ricerca di una scusa per allontanarsi, ma il signor Antonio chiese: «Signor Vladimiro, non dirigeva lei l’Astoria?»

«Come le dissi al colloquio, l’Astoria era di proprietà del signor Vittorio ma la programmazione degli spettacoli era in parte decisa da me, in collaborazione con il Comune di Donegallo. Io proponevo una rosa di nomi per gli spettacoli della stagione teatrale e il Comune sceglieva in base alla disponibilità economica. Mi scusi, ma ho da fare» e si diresse a passo veloce verso il palco, senza attendere la risposta dell’uomo. Sentiva la fronte umida di sudore e percepì un leggero brivido di paura lungo la schiena. “Ta nu’m la racònt giòsta” (Non me la racconti giusta), pensò Antonio mentre lo guardava camminare.

Antonio, seduto nel minuscolo ufficio della Pro-Loco, illuminato da una fioca lampadina da quaranta candele, arredato con mobili e sedie salvate dalla discarica, vecchi poster e manifesti delle manifestazioni attaccate sugli sportelli, sui vetri con il nastro trasparente già ingiallito, cercava sul cellulare di trovare notizie su Vladimiro, ma, come spesso gli succedeva, a causa della debole vista e dell’incapacità di destreggiarsi sul web, non riusciva a venire a capo di niente e stava perdendo la pazienza. Compose un numero, maledicendo lo smartphone, la tecnologia e pure qualche santo.

«Arnaldo?… T’pù avnì?… Sé a jò bsògn… D’acórd… Alòra at staj d’asté». (Arnaldo?… Puoi venire?… Sì, ho bisogno. D’accordo. Ti aspetto).

L’amico nonché segretario della Pro-Loco, in pensione da pochi anni, giunse con affanno, sapendo che quando il “Presidente” chiamava bisognava arrivare di corsa.

«S’él zuzést?» (Cosa è successo?), chiese quando era ancora sulla porta.
«Ta me d’aiuté a zarché dal nutizi sul “regista”, Vladimiro». (Devi aiutarmi a trovare notizie sul “regista”).
«Parché?» chiese l’altro; e senza neanche togliersi la giacca si sedette di fronte a lui.
«U s’à tolt in zir» (Ci ha preso in giro), disse già innervosito Antonio e prima che l’amico potesse rispondere continuò. «U’n’è quel che dis ch’l’é. A jò pruvé a zarché su internet, mo a nò truvé gnint. Azident a lò!» (Non è quello che dice di essere. Ho provato a cercare su internet, ma non riesco a trovare niente, accidenti!) e quasi sbatté il cellulare sulla scrivania.
«Dam’a qua» (Dammi qua) disse Arnaldo e prese il telefono. Subito dopo lui gli porse il curriculum che teneva sulla scrivania.
«Tin pròva» (Tieni, prova) disse.

Arnaldo iniziò a digitare il titolo del primo spettacolo che trovò in cima alla lista, in cui Vladimiro asseriva di avere partecipato come aiuto-regista. Il testo era così famoso che i collegamenti relativi erano pagine e pagine. Lui ne scorse una decina, ma il nome e cognome di Vladimiro non appariva in nessuna di loro. Ne scelse un altro, ma anche questo secondo tentativo non portò a nessun risultato.

«Sgònda mé u s’ha ciapé pr’è cul» (Secondo me ci ha preso per il culo) concluse ridandogli il telefono. «Ě sarà méi ch’à scuràma cun Domenico» (Sarà meglio parlarne con Domenico) disse Antonio alzandosi.

«Prego, accomodatevi» disse Domenico ai due, non nascondendo l’irritazione per il disturbo che gli recavano. «Non ho molto tempo da dedicarvi. Cosa c’è di così urgente da non potere aspettare domani?»
«Il signor Ugolini ha mentito» disse Antonio.
«In che senso?» chiese il Sindaco.
«Pensiamo che quello che ha scritto non sia del tutto vero. Potrebbe essere un problema per il direttivo della Pro-Loco. Sai bene che non sono tutti con me» continuò Antonio.
«Hai delle prove?»
«Forse. Sarebbe meglio che tu controllassi. A settembre ci sono le elezioni. Non aspettano altro che un tuo passo falso».

«Le elezioni non c’entrano niente. Riaprire il teatro era nel programma della lista. E sai bene che i fondi che ci hanno dato la possibilità di ristrutturalo, sono legati alla completa apertura del teatro. In caso contrario, quei fondi dobbiamo restituirli. E poi sai anche che la prossima primavera voglio pavimentare la piazzetta del vecchio lavatoio, riqualificare i giardini e l’arena, dove vorrei programmare per l’estate gli spettacoli per i bambini».
«Quindi hai già deciso di prorogargli il contratto?» chiese Antonio.
«È la persona giusta per noi e ancora molto lontano dalla pensione. Mi sto impegnando per farlo assumere dal comune. Così che tu non dovrai più spendere un centesimo. Comunque, farò fare un controllo. Scusatemi, ma sono pieno di appuntamenti» e alzatosi, li salutò.

«U s’à racunté dal busii. Us véd ch’u’l cnòs l’imstir» (Ci ha raccontato delle bugie. Il mestiere si vede che lo conosce) disse Arnaldo, seduto al tavolino fuori dal bar della piazza, davanti ai frizzantini che avevano ordinato.
«Po’ dess. Mò l’era méi s’un géva gnint» (Può essere. Però era meglio se non diceva stronzate)
«Sa’t pins ad fé adess?» (Cosa pensi di fare?)
«A stasami d’asté. Te nà dì gnint cun nissun, ammàracmand. E spérémma che Domenico è sépa quel che fa. A sem in tla stessa bérca, se chésca lo a cascàm némca nun». (Aspettiamo e soprattutto, bocca cucita e speriamo che Domenico sappia cosa stia facendo. Ma siamo sulla stessa barca. Se cade lui, cado anch’io, e anche tu), concluse innervosito Antonio e ingoiò tutto d’un colpo il vino.

Vladimiro sedeva fuori dall’ufficio di Domenico. La telefonata della segretaria comunale, che gli comunicava la convocazione richiesta dal Sindaco per il mattino dopo, gli era giunta inaspettata, ma era tranquillo. La porta si aprì, e Domenico apparve, il volto scuro.

«Vieni, entra» disse e si andò a sedere alla scrivania su cui campeggiava aperto il curriculum di Vladimiro. Lui lo notò e capì che oggi non sarebbe stato il solito incontro. Deglutì, ma strinse i pugni; qualsiasi cosa avesse da dirgli, non avrebbe mollato facilmente.
«Vado subito al punto, Vladimiro. Quello che è scritto qui è tutto vero, o c’è qualcosa che devo sapere e che non hai dichiarato?»
«Non ho mai fatto una regia, né tenuto laboratori. Il resto è tutto vero» disse tutto d’un fiato. Barare non aveva più senso anche se stava per rischiare di perdere tutto. Si vide già sulla “Zitella” mentre lasciava Portico di Bagnara.

L’altro si distese sulla poltroncina, le mani giunte sulla bocca, lo sguardo fisso sul curriculum. Vladimiro emise un leggero sospiro, in penosa attesa.
«D’accordo. Non c’è altro, vero?»
«No. Il resto è la verità» disse lui con forza.
«Naturalmente non c’è niente di penalmente rilevante, visto che non era un concorso pubblico ma un semplice contratto di collaborazione con la Pro-Loco, però è meglio se questo curriculum non va troppo in giro. Con Antonio mi metto d’accordo io».
Fece una pausa. «Ma io sono molto soddisfatto del lavoro che stai facendo e stavo già organizzandomi per vedere se fosse possibile farti assumere come dipendete comunale, forse come cantoniere. Sempre che a te interessi».
«Certo che sì» disse Vladimiro con foga.
«D’accordo. Andiamo avanti» e si alzò per salutarlo.

«Che c’è?» chiese Agnese mentre con Vladimiro erano seduti davanti ai piatti vuoti della pizza che avevano appena mangiato.
«Si vede così tanto?» rispose lui con un sorriso tirato.
«Sì e lo sai».
«Devo confessarti una cosa».
«Importante?» e mise una mano sulla sua.
«Abbastanza».
«Vuoi che usciamo?»
«Sì, è meglio».

Si ritrovarono a passeggiare mano nella mano, lungo il corso principale; era una chiara serata di fine giugno. A Vladimiro sembrò di essere lì da una vita. Si rasserenò ma continuava a rimanere in silenzio, mentre avvertiva il calore della mano di Agnese nella sua. Sentì di desiderarla, ma prima doveva raccontarle la verità sul curriculum e il resto. Non voleva più fuggire dal passato. Raggiunsero la piazzetta del vecchio lavatoio e l’unica panchina presente, per fortuna vuota.

«Ci sediamo?» disse lei.
«Sì».
Non si erano ancora seduti che Vladimiro disse: «Ho mentito sul curriculum».
«Il curriculum?»
«Per l’assunzione era ovviamente necessario presentare un curriculum e nella richiesta era precisato che avere fatto anche delle regie di spettacoli e condotto laboratori, avrebbe dato più possibilità per l’assunzione».
«E tu non avevi fatto tutto ciò».
«No».
«E ora l’hanno scoperto».
«Già».
«È così grave?»
«Un po’».
«Domenico lo sa?»
«Sì, anche la Pro-Loco».
«Ne avete parlato?»
«Stamattina».

Lei gli scompigliò i capelli. Lui fece un timido sorriso.
«Non mi hanno cacciato».
«Bene. Io non so se sia così grave, visto che non era un concorso pubblico, ma un’assunzione da parte di un’associazione. Poi, certo, hai scritto una cosa non vera e le bugie, lo sai non si dicono!» rise e lo baciò. «Va meglio? E poi, il tuo lavoro lo sai fare bene, molto bene. Non preoccuparti».

La guardò diritta negli occhi.
«Greta ha una madre» disse serio.
«Ma va! Pensavo l’avesse portata la cicogna!» e rise di nuovo.
«Sono una frana».
«Direi una valanga» e andò a cavallo delle sue gambe.
«Vuoi farci arrestare?» disse lui baciandola.
«Lo sapevi già, vero? Greta?»
«Sì. Se non te ne sei accorto è una donna».
«Lo so, grazie, mi aveva già avvertito» rispose con finto rancore. «Mi fa molto piacere che si trovi bene con te».
«Vanessa, vero?»
«Sì. E tu?».
«Riccardo e Angelo».
«Contemporaneamente?»
«Già. Come vedi, non sei solo tu una frana» e continuò. «Ma sono tre anni che è finita. Non li ho mai più sentiti».

Ora i due corpi si fusero in un abbraccio. Lui, con le labbra dentro i suoi capelli, disse: «Non so cosa provo per lei».
«Non devi preoccuparti per me. Neanch’io so cosa provo per te. So solo che ora sto bene e voglio vivere questo momento senza farmi troppe domande. Sono infantile?»
«Non lo so. È una fase della nostra vita. Non stiamo facendo del male a nessuno. Vanessa ha un compagno che vorrebbe sposarla, quindi penso che lei non abbia dubbi al riguardo».
Lei lo baciò, ora con passione.
«Andiamo a casa mia?»
«Sì».

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