Imola. Quinta edizione di Rivolta Gaya – Imola Pride. sabato 9 luglio con ritrovo alle 17 in piazzale Marabini di fronte alla stazione Fs e poi corteo per le strade della città. Lo scorso anno si scese in piazza per chiedere l’approvazione del Ddl Zan ma anche tutto quello che il disegno di legge non prevedeva (#moltopiùdiZan).
A distanza di un anno, dopo che di fatto il Ddl è stato affossato, gli organizzatori sentono il bisogno di ricordare che “il pride nasce come manifestazione per rivendicare il nostro diritto di esistere in quanto donne, lesbiche, bisessuali, persone trans, omosessuali, pansessuali, asessuali, soggettività non-binary. Ma non ci basta più dire che noi esistiamo: noi adesso vogliamo prenderci tutto quello che ci spetta. Siamo stanche e arrabbiate per le discriminazioni che dobbiamo subire perché non siamo uomini, bianchi, etero, cis e abili. Vogliamo passeggiare in solitudine in un parco di giorno o per strada di notte, senza provare angoscia, ansia, voltarci continuamente per paura di essere aggredite o molestate, magari perché passeggiamo con la nostra compagna. Vogliamo provare attrazione per una o più persone e dichiarare i nostri sentimenti senza provare vergogna o timore di essere giudicati perché non rispettiamo gli standard normativi eterosessuali. Vogliamo sostenere un esame universitario o andare dal medico senza il terrore di essere giudicate per ciò che siamo, o che ci si domandi come mai il genere indicato sul documento non corrisponda alla persona che hanno davanti”.
“Vogliamo andare ad un colloquio di lavoro senza temere che ci chiedano se abbiamo figli (o ne vogliamo), o di essere esclusi perché troppo grassi o con una disabilità – continuano gli organizzatori del Gay Pride imolese -. Vogliamo un’educazione al genere e all’affettività al posto delle ore di religione cattolica, perché l’inclusione parte dalle scuole e dai luoghi del sapere, che devono essere liberi da ingerenze da parte di Chiese e Vaticano. Vogliamo il pieno riconoscimento dei nostri diritti sociali, come il matrimonio tra persone dello stesso sesso, senza i vincoli morali e patriarcali che caratterizzano le cosiddette ‘famiglie naturali’. Vogliamo che le/i nostri figli siano giuridicamente riconosciut* come tali, senza che questo dipenda dalle scelte delle amministrazioni. Inoltre, vogliamo che anche le coppie gay siano libere di ricorrere all’adozione”.
“Pretendiamo – concludono – servizi pubblici adeguati alle nostre esistenze ed esigenze. Servono consultori pubblici funzionanti, formazione per specialisti, addetti agli sportelli pubblici, personale sanitario, perché siano all’altezza della molteplicità delle soggettività che siamo. Vogliamo spazi che forniscano il supporto di cui abbiamo bisogno, sanitario e psicologico, per noi e per le famiglie che ci siamo scelti, per aiutarci a trovare noi stessə, perché andare da un terapeuta privato è un privilegio per pochi. La pandemia ha accentuato la nostra solitudine, il nostro isolamento. Ma oggi siamo insieme ed è arrivato il momento di prenderci tutto, dalla periferia alla città, un unico grido: non siamo più solə”