Andrea Pagani

La nostra rubrica letteraria “Lo Scaffale della domenica” dedica il mese di luglio ad un tema di intrattenimento e svago, in linea con l’estate: il romanzo umoristico. Eccoci al secondo appuntamento. Buona lettura!

Che la penna di Stefano Benni sia posseduta da un’irresistibile forza comica è cosa nota. Le sue pagine sono intrise di gag, situazioni, immagini, frasi, battute a metà strada fra il grottesco e l’ironico, d’una tale carica inventiva che il lettore ne risulta fatalmente irretito. Meno riconosciuta, invece, è la varietà delle sue invenzioni, ossia la capacità di declinare e sperimentare vari generi letterari: assieme al comico, a ben vedere, riconosciamo ingredienti del gotico, del tragico, e addirittura dell’elegiaco, il che, alla resa dei conti, è espressione di un’estrema ricchezza di letture e registri stilistici.

Un caso emblematico della molteplicità di colori che governa la tavolozza narrativa di Benni è il libro Il bar sotto il mare (Feltrinelli, 1987), che per la sua singolare struttura (e già questo è un primo indizio di grande originalità) non è propriamente una raccolta di racconti, ma una sorta di romanzo organizzato per frammentarie, ma organiche, cellule letterarie, un po’ come il Decameron di Boccaccio.

Esiste infatti una cornice generale che tiene uniti assieme, in modo armonico, i diversi grappoli del testo, e che nella conclusione, in una perfetta logica interna, tiene assieme le fila, lanciando la sfida al narratore/lettore.

In un’atmosfera onirica e visionaria, vagamente inquietante, che ricorda qualcosa di kafkiano, un personaggio senza nome, che verrà poi chiamato poi l’Ospite, vaga per motivi misteriosi nell’immaginario porto di Brigantes,

«Non so se mi crederete. Passiamo metà della vita a deridere ciò in cui altri credono, e l’altra metà a credere in ciò che altri deridono. Camminavo una notte in riva al mare di Brigantes, dove le case sembravano navi affondate, immerse nella nebbia e nei vapori marini, e il vento dà ai rami degli oleandri lente movenze di alga. Non so dire se cercassi qualcosa, o se fossi inseguito: ricordo che erano tempi difficili ma io ero, per qualche strana ragione, felice».

L’io narrante, mentre così vagabonda senza meta, incontra un vecchio bizzarro e stravagante che porta all’occhiello una gardenia, il quale scende le scalette in riva al mare, che lo conducono sott’acqua, e vi si immerge, scomparendo. Il narratore, nel tentativo di fermarlo, lo segue, e si ritrova in un incredibile bar, appunto “il bar sotto il mare”, un luogo fantastico, sede di incontri di ventitré eccezionali avventori, di cui viene riportata l’immagine in copertina, che presentano straordinarie somiglianze con illustri celebrità: Poe, Freud, Monroe, Braccio di Ferro, ecc…

Cominciano così, nell’arco di una notte, le storie dei ventitré avventori del bar, una più spassosa dell’altra, caratterizzate da trovate esilaranti, colpi di scena, fantasie estrose e senza freni, anche con rimandi interni e colte citazioni letterarie, dove si distingue, ad esempio, il racconto dell’Uomo con gli Occhiali Neri, che ha le fattezze di John Belushi, che ci intrattiene con la divertente avventura amorosa di Pronto Soccorso, un aspirante meccanico che con la sua Lambretta truccata finisce sempre all’ospedale, e di Beauty Case, la più bella ragazza di Manolenza, il quartiere in cui tutti rubano.

Eppure, in questo gioco di risate e comicità, si distinguono, qua e là, perle di raffinata cultura, citazioni letterarie, rimandi ad altri romanzi, addirittura una varietà di cifre stilistiche, da Melville a Eliot, da Flaubert a Queneau, da Gadda a Mann, e molti altri.

Per non parlare, dell’epigrammatico esergo o motto con cui si apre ogni racconto, a volte d’una amara provocazione, un po’ alla Woody Allen, come quello che recita: «Puoi alzarti molto presto all’alba, ma il tuo destino si è alzato prima di te».

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(Andrea Pagani)