Chi ha da cinquant’anni in su ricorderà sempre, per tutta la sua vita, cosa stava facendo la sera di domenica 11 luglio 1982, in particolare dalle 20 in poi.

Dal Santiago Bernabeu di Madrid guardammo la finale dei Campionati del mondo di calcio spagnoli, con l’Italia di Bearzot in campo contro la Germania, insieme a 36 milioni e 700 mila italiani, record assoluto di spettatori nella storia della nostra televisione.

la partita a scopone sull’aereo di ritorno tra Pertini, Bearzot, Zoff e Causio (foto Wikipedia)

Di quel luglio 1982, di quella vittoria che ci rese orgogliosi, ricordiamo i passaggi più epici.

Il “vecio” Bearzot che si mangiava coi denti la pipa e che alla fine venne portato in trionfo dai suoi “ragazzi”, l’urlo di Marco Tardelli e la sua corsa con gli occhi fuori dalle orbite urlando “Goal, goal”, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini in tribuna, la disperazione di Antonio Cabrini dopo aver sbagliato il rigore del possibile uno a zero per l’Italia, la prima rete di Pablito Rossi (poi Pallone d’Oro 1982), le discese di Bruno Conti palla al piede sulla fascia, Gaetano Scirea, il “libero” (alla faccia degli italiani votati al catenaccio) nell’area tedesca che fornì l’assist a Tardelli per il secondo goal, la partita a scopone sull’aereo di ritorno tra Pertini, Bearzot, Zoff e Causio.

La notte del Bernabeu possiede l’occorrente per trasformarsi in un passaggio cruciale della nostra storia di italiani: un successo clamoroso e inaspettato, il sentimento patriottico del riscatto, la sconfitta dei rivali di sempre, i tedeschi, in cui era facile vedere il “nemico” proprio in virtù di un Presidente “partigiano e antifascista” (era in Prefettura a Milano il 25 aprile 1945 quando Mussolini tentò l’ultima trattativa, prima di cercare di fuggire in Svizzera) che era lì in tribuna d’onore. Pertini rappresentava, in chiave non soltanto simbolica, l’anello di congiunzione tra il semplice fatto sportivo e le traiettorie sociali ed economiche che l’Italia stava per imboccare. Un personaggio necessario per chi volesse tentare una qualsiasi interpretazione di quella notte: la pipa nella mano destra, l’irrequietezza in tribuna avendo di fianco il re spagnolo Juan Carlos e il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, rigidi nel protocollo istituzionale, i gesti eloquenti che suggerivano ai presenti “non ci prendono più!” quando Altobelli segnò il terzo goal.

Ce li ricordiamo, quei suoi atteggiamenti, perché sono diventati passaggi iconici dell’identità nazionale italiana.

Sull’onda dell’emozione sarebbe nato il suo ricordo nel tempo: le immagini di quella notte continuiamo a ricordarle perché rappresentano il patrimonio di quello che siamo diventati negli anni successivi, ci aiutarono a farci acquisire prestigio in seno all’Europa, e – in un certo senso – cambiarono il corso della nostra Storia.

Quella data chiuse un periodo storico, iniziato il 12 dicembre 1969, giorno della strage di piazza Fontana, a Milano: solo quattro anni prima, a maggio del 1978, Aldo Moro aveva chiuso in modo tragico la sua vita nelle mani delle Brigate Rosse.

L’urlo liberatorio di Tardelli rappresentò il desiderio di un popolo, quello italiano, che si era stancato del sangue e voleva dimenticare le stragi, la violenza, gli estremismi che avevano segnato il passato più recente.

Stava iniziando la stagione passata alla storia con il nome di “riflusso”, erano iniziati gli ultimi anni del “secolo breve” che si concluse il 9 novembre 1989 con la caduta del “muro di Berlino”.

Una data che si aggiunge anche alla mia “storia”: il giorno dopo, 12 luglio, mio padre festeggiò il suo compleanno e solo di lì a pochi anni se ne sarebbe andato per una malattia veloce e devastante.

Ora il 24 febbraio 2022 è davvero iniziato il secolo successivo e non sappiamo quali eventi dovremo vivere, forse drammatici: la speranza rimane sempre quella che il domani potrà essere migliore.

Gli azzurri di Bearzot ci ricordano che avere dei valori aiuta a vivere!

(Tiziano Conti)