come va? scrisse Greta a Samantha.
una noia mortale Miki? l’avete fatto o no? cosa aspetti!
fatto
tutto? dove?
tutto, tutto
particolari
a casa sua i suoi erano andati via un po’ imbranato all’inizio gli devo insegnare tutto! scherzo è solo troppo timido è fatto così si è ripreso è stato molto dolce premuroso
tu?
Sono stata molto bene diverso dalle altre volte molto meglio mi sa che mi sono presa una bella cotta
quindi non torni?
penso di sì ma non ci voglio pensare troppi casini
vintage?
si è innamorato anche se non lo vuole ammettere
l’aria di montagna mi sa che vengo anch’io chi è la fortunata?
ti farebbe bene una maestrina Agnese molto carina in gamba siamo diventate amiche
quindi tuo padre rimane?
ancora non si sa
nel caso tu cosa faresti?
non so c’è un liceo artistico nella città dove studia Miki
cosa studia?
il classico
proprio un secchione ti dovevi prendere? non ti riconosco più! scherzo sono felice per te
ti devo lasciare
ok

Il telefono di Vladimiro suonò mentre lui era intento alla consolle del teatro per impostare le luci e illuminare la seduta odierna, in cui i ragazzi avrebbero continuato a provare le battute iniziali del testo che avevano deciso di mettere in scena, come obiettivo del laboratorio e che erano state scritte da Greta e altri: Moby Dick.

“Vanessa”. Era la prima volta che si sentivano da quando lui era arrivato a Portico. Ma non si decideva ancora a rispondere. Infine, premette sullo schermo.
«Buongiorno», disse neutro.
«Ciao. Ti disturbo? Come va?» domandò lei con voce ferma ma che non riusciva a nascondere la tensione.
«Non mi disturbi affatto. Io sto molto bene» disse Vladimiro cercando ora di avere un’intonazione la più tranquilla possibile che gli riuscì. «Tu?»
«Normale». Era la medesima parola che lui usava quando non voleva dire che era inquieto.
«Il lavoro?» La domanda gli uscì spontanea. “Accidenti”, pensò. Non era questa l’intenzione.
«Sì e no» rispose Vanessa senza trovare il coraggio di spiegare cosa la impensieriva.

Fece finta di niente. «Greta sta bene» disse per cambiare discorso. «Ha un filarino».
«So tutto».
«Ah!».
«Sai già se resterai lì?»
«Forse. Il Sindaco si sta muovendo per farmi assumere in comune».
«Che bella notizia. Sono molto felice per te» disse come riprendendosi dall’aria mesta che lui avvertiva.
«Grazie. Però non è ancora deciso. Cerco di non pensarci. Mi sento rinato» disse, di colpo.
«Si sente. Anche Greta me l’ha detto».
«Frequento una donna»; ormai aveva deciso di abbattere tutti gli argini.
«So anche questo. Non sgridare Greta».
«No. Anche con lei va molto meglio. È cambiata». Fece una pausa. «Ti andrebbe di venirci a trovare?»
Lei non rispose.

«Ci sei?»
«Sì. Non vorrei disturbare».
«Non disturbi, credimi. Agnese sa tutto».
«Agnese? Un bel nome».
«Quindi?»
«Ci penso».
«Va bene. Ora ti devo lasciare. Puoi chiamarmi, se ti va. Cerca di stare bene».
«Anche tu. Va bene. Ciao».
«Ciao».

Vladimiro appoggiò il telefono e lo rimase a fissare. “Che casino!” pensò e si strinse le palpebre con le dita come a volere scacciare quel pensiero.

Sul palcoscenico si trovavano delle sedie spaiate attorno a un tavolino rimediato nei camerini. Alcuni ragazzi, che recitavano la parte di marinai, erano seduti e chiacchieravano, ridevano, fingendo di bere. Entrarono due ragazzi dalla quinta di destra; ambedue avevano fogli tra le mani. Si fermarono in centro palco e si rivolsero alla sala buia.

Cantiniere: Come vi ho detto, non ci sono letti vuoti. Ma non avete nulla in contrario, potete dividere la coperta con un ramponiere. M’immagino che v’imbarcherete su una baleniera e quindi fareste meglio ad abituarvi.
Ismaele: Dormire in due in un letto, non è proprio di mio gradimento. Ma se voi non avete posto, posso accettare di spartire una coperta con un ramponiere. Fa un freddo islandese stanotte!
Cantiniere: Bene. Allora accomodatevi per la cena. (Esce) (1)

Ismaele andò al tavolo con gli altri marinai.
Entrò una ragazza che portò dei piatti al tavolo e i marinai iniziarono a mangiare con foga. La ragazza uscì.
La luce sul palcoscenico si affievolì quasi del tutto sino a che non rimasero che delle ombre che s’alzarono e scomparvero.

Agnese, seduta in fondo sala, poco distante dalla consolle dove due ragazzi si occupavano delle luci e delle musiche, osservava con attenzione lo svolgersi della prova. Era trascorso già un mese dal primo incontro e l’impegno dei ragazzi non era diminuito. La frequentazione del laboratorio aveva abbattuto le barriere tra gli adolescenti più grandi e quelli che frequentavano le medie.

Vladimiro era riuscito a convogliare gli interessi di ognuno nella messa in scena dello spettacolo e lui pareva abbeverarsi alla fonte della loro giovinezza. L’uomo pieno di dubbi e in preda all’incertezza del loro primo incontro si era trasformato in una persona che aveva ritrovato il proprio posto nel mondo; e lei si sentì felice per lui, e per sé.

Quando ritornò la luce, Ismaele era seduto al tavolo con il cantiniere.

Ismaele: Padrone, è quasi mezza notte e il ramponiere non si vede!
Cantiniere: È sempre mattiniero e si corica presto la sera. Ma stasera è andato a vendere la testa.
Ismaele: La testa?
Cantiniere: Precisamente. Io gli ho detto che non l’avrebbe potuta vendere perché il mercato è pieno.
Ismaele: Di che cosa?
Cantiniere: Di teste, diamine: non ci sono forse troppe teste al mondo? (2)

Il ragazzo si voltò verso la sala e disse: «Siamo arrivati qui».
«Bene» rispose la voce di Vladimiro dal buio. «Maurizio, accendi pure la sala. Scendete e chiamate gli altri».
I ragazzi sbucarono dalle quinte, dai camerini, si alzarono dalle poltrone e si radunarono attorno al tavolino, dove si trovavano lui, Greta e i ragazzi addetti alla scrittura della sceneggiatura.
“Un bravo cane pastore” pensò Agnese e sorrise.

I ragazzi, finita la prova, via via si allontanarono e rimasero solo Vladimiro, Greta e Agnese.
«Cosa ne pensi?» chiese lui ad Agnese.
«Mi piace. Sono bravi. Mi sembra che funzioni».
«Per essere la prima volta che salgono sul palco, sono contento. Ma sono più soddisfatto di come si comportano tra di loro; si aiutano, si sostengono, penso che questa esperienza gli aiuti anche a crescere, a superare delle paure o degli ostacoli che alla loro età a volte sembrano insormontabili», disse e rimase un attimo in silenzio, come se non fosse stato lui ad avere pronunciato quel pensiero.

«Mi sembra che serva anche a te» rispose Agnese con un sorriso e con il desiderio improvviso di abbracciarlo; solo la presenza di Greta ne bloccò lo slancio.
«Forse è meglio che io vada» disse Greta che aveva intuito di essere di troppo, e quindi si alzò.
Loro due non risposero.
«Vieni a cena?» chiese Vladimiro mentre lei era già in procinto di avviarsi verso l’uscita.
«Miki mi ha invitato a casa dei suoi».
«Quindi siete ufficialmente fidanzati?» disse lui, canzonandola.
Lei lo fulminò con lo sguardo.

«Scherzavo» rispose. Lei salutò Agnese con un bacio.
«Perdonalo. È sempre un papà» le disse lei. Greta non rispose e lanciò un «ciao» gettandolo tra loro, imboccando la porta.
«Cosa ho detto che non va?» disse lui.
«Dovresti avere imparato che gli innamorati non si possono prendere in giro più di tanto» e gli fece una carezza.
«Sbaglio sempre tutto, con lei. E con te?» chiese.
«Qualche volta sbagli, ma non sempre. Ma anch’io forse non sono sempre coerente. Mi chiedo a volte come mi comporterò io quando avrò dei figli».
«Li vorresti?»
«Sì».
«Quanti?»
«Almeno tre» e rise.
«Sarà meglio che ti tu dia da fare, allora» e rise anche lui.
«Senti da che pulpito».
«Perché? Io una l’ho fatta».
«Non parlavo di quello».

«Non è colpa mia se le donne non mi vogliono».
«Sei sicuro? Non è che, almeno fino ad ora, eri tu che le tenevi lontano?»
«Non ti posso nascondere niente».
«Sì. A me non la racconti» e lo baciò.
«Andiamo da me?»
«Va bene» e uscirono dal teatro.

«Eccoli lì, i due piccioncini» disse l’uomo con un sigaro in bocca all’amico seduto accanto su un tavolino del bar della piazza, mentre i due passavano, mano nella mano e proseguì: «Chissà cosa ci trova in quello sfigato. Hai saputo niente?» disse mentre sorseggiò lo spritz.
«È pulito come il culo di un neonato. Tutto regolare. Mi sa che dovrai puntare su qualcun’altra».
«Ho tutte le fighe che voglio. Non ho bisogno di una sciacquetta come quella. Non me la fa neanche diventare duro».
L’altro rise.
«Che cazzo ridi?» disse irritato.
«Ci propri un pataca» (3) e finì di bere il frizzantino.

(1-2) Liberamente tratto da “Moby Dick o La balena” di H. Melville. Traduzione di Cesare Pavese.

(3) Sei proprio uno sbruffone.

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