Abbiamo visionato con attenzione la lettera a firma del presidente nazionale Cia uscente Dino Scanavino che scrive agli ex delegati ora membri effettivi della assemblea Cia nazionale. Preso atto, ad onor del vero, che non è firmata e datata, quello che scrive in parte conferma quanto da noi riportato negli articoli precedenti.

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Non entriamo nel dettaglio dei contenuti che riassumiamo per i lettori: in sintesi vi è già in atto uno scontro fra i protagonisti dell’ultima assemblea elettiva Cia nazionale prova della scarsa maturità politica di questi dirigenti agricoli mal supportati da funzionari senza cultura e adeguata preparazione politica.
Si procede nelle prime importanti decisioni  gestionali  affidandosi alla mera forza dei numeri.
Il teorizzatore di questa situazione da quello che ci pare di capire, in puro stile ”manageriale”, è il direttore regionale Cia Emilia Romagna. Le allusioni della lettera ci portano  a pensare a lui oltre che ad alcuni altri “grandi funzionari”.

Scanavino si mostra preoccupato del clima che si è instaurato in Cia e del suo futuro legato ad una presidenza, a suo dire, fragile e condizionata da questi soggetti, e afferma che “ … da mesi Cia non è più protagonista della vita politica ed è totalmente assorbita da beghe interne, devastata da personaggi che tengono in ostaggio un presidente eletto con pochi voti di differenza e costretto a cedere ad ogni sorta di ricatto bla bla bla…”.

Viene da dire che prima di criticare gli altri dovrebbe farsi una serena autocritica per tutto quello che ha fatto (e non) nei suoi otto anni di mandato. Ovvero l’ organizzazione nei suoi mandati non ha brillato nella tutela dei suoi associati!

Ma la situazione di Cia è emblematica dello scenario in cui versa tutto l’associazionismo agricolo. Diremmo a essere educati che abbiamo una serie di soggetti sindacali che versano in diversi stadi di coma. A fronte di una situazione che, dicono gli agricoltori intervistati in campagna, essere tremenda non vi sono state prese di coscienza da parte di questi soggetti sindacali.

Se si leggono le loro pagine Web non si ha la sensazione di vivere una criticità unica, di svolta, epocale. Sono talmente abituati questi gruppi dirigenti (agricoli e funzionari) a usare la capacità di sopportazione delle imprese agricole, la loro capacità di metabolizzare le ricorrenti e diverse situazioni di crisi – climatiche, agronomiche, di mercato – che a nostro giudizio hanno consolidato il  pensiero di riuscire ancora una volta a  passare anche questa nottata per  campare come al solito.

Viene da sorridere quando sentiamo un direttore provinciale Coldiretti (Ferrara) affermare ad una riunione, in riva al mare, con i suoi (pochi) giovani,  di avere fiducia del futuro, che gli attuali problemi sono risolvibili mentre un suo collega regionale (Umbria) scrive di crisi drammatica del settore con perdite di prodotto fino al 35% e di valore fino al 70% , un colpo mortale per il futuro delle imprese!

Si potrebbe dire loro che dovrebbero mettersi d’accordo su cosa dire? Ma continuiamo a sorridere quando vediamo la Cia di Ferrara promuovere un presidio sotto il palazzo comunale estense per denunciare i prezzi  sottocosto dei prodotti, riconosciuti alle imprese, situazione oramai datata, la memoria corre al 2008 giusto per citare un anno e una delle tante crisi dei prezzi.

Stiamo aspettando da allora che il fantomatico Tor, non il dio delle saghe nordiche, ma bensì il più terreno “Tavolo ortofrutticolo romagnolo”, istituito per dare una risposta alla commercializzazione comune parta, prenda vita…

Giustamente, faceva osservare il presidente Calderoni, nessuno interviene per controllare e far applicare quanto previsto dalla legislazione in materia di pratiche commerciali sleali da parte della Gdo (Grande distribuzione, ndr). Quello che ci fa sorridere è che sia una piccola provincia a dire queste ovvie verità. Fermo restando che a questo presidio, non troppo partecipato dagli agricoli, non era presente ufficialmente nemmeno la Confagricoltura di Ferrara.
Strano che questa organizzazione sempre puntuale nelle denunce sui media dei diversi problemi non sia poi conseguente nel manifestare pubblicamente queste situazioni, forse dipende dal fatto che a Ferrara hanno soci che fanno gli agricoltori solo come secondo mestiere mentre fanno i commercianti come prima attività?

Il settore agricolo sono anni oramai che accumula problemi e non trova il modo di risolverli, il saldo è decisamente negativo, anche a fronte di qualche strumento innovativo normativo che però non viene applicato per volontà precisa da parte degli attori sindacali.

Al lungo elenco di questioni sul tavolo se ne sono aggiunte delle nuove di cui non conosciamo a fondo le ripercussioni: il regolamento UE 2020/852 sulla tassonomia delle attività, l’ingresso dei fondi di investimento in agricoltura, le nuove strategie della Gdo per ridurre i loro costi (meno soldi ai produttori) e mantenere i loro guadagni, ecc. ecc.

In tutto questo bailamme la crisi di governo o, per meglio dire, del sistema politico non aiuta. Ci prendiamo la responsabilità di affermare che se il settore agricolo, come altri settori produttivi, versa in cattive acque è anche merito di una politica che da trent’anni  non pare in grado di fare scelte per il futuro, ma di vivere alla giornata solo per auto replicarsi.

Cosa pretendiamo quindi dalle associazioni agricole (domanda ironica)?
Quello che oramai non ci stupisce più è anche la apatia di gran parte degli agricoltori, che oltre ad essere calati come numero sono cresciuti di età e quindi non più portati forse alle battaglie, dialettiche, sia nelle loro cooperative che nei loro sindacati.
Purtroppo non vediamo una classe imprenditoriale agricola che riesca ad avere un ruolo centrale nella rappresentanza del settore, forse dovremo sperare nei più o meno giovani che stanno investendo nel settore, ma che provengono da esperienze extra agricole.

Certo è che la domanda da porre a tutti i soci è perché pagano ancora una tessera sindacale, da poche a molte decine di euro? La risposta proviamo a darla noi: per avere i servizi e anche per abitudine, l’ultima ragione vale sicuramente per gli anziani.
E mentre le organizzazioni agricole fanno a gara per portarsi a casa non il socio, ma in realtà i servizi ad esso legato: contabilità Iva, Unico, ecc., rischiano di portarli nelle secche mortali. Ci spieghiamo meglio: servizi uguale a personale, se le aziende calano si dovranno fare tagli al personale. Ma come? In quale maniera? Con quali costi, non solo economici? Ovviamente non investono sulla consulenza, quella atta a creare filiere, reti di impresa, progetti di innovazione tecnologica e commerciale, analisi gestionale di bilancio, ecc,, ma almeno in regione si mettono in fila per cercare di portarsi a casa contributi per la gestione del quaderno di campagna, dei registri del vino, del registro Haccp, insomma tanti bei servizi burocratici che non servono alle aziende per fortificarsi e irrobustirsi, ma solo per dare un senso alla burocrazia nazionale, regionale, europea.

Chiudiamo questa nostra breve riflessione indirizzando il nostro sguardo sull’elezione del nuovo presidente regionale Cia Emilia Romagna. Il giovane Stefano Francia dovrebbe essere eletto fra pochi giorni, non ci dovrebbero essere problemi. A chi aveva il mal di pancia a nostro giudizio hanno dato il calmante, ovvero gli troveranno una collocazione con annesso compenso… Stiamo parlando dei rappresentanti reggiani.

Vedremo a breve se il giovane Francia avrà la capacità e il nerbo per gestire l’attuale direttore regionale, che continuerà nella funzione, oltre che iniziare un percorso politico a Roma. La cartina di tornasole è la scelta del vicepresidente o dei vicepresidenti, ma purtroppo per il giovane Francia vince sempre chi ha i soldi in tasca, scusateci l’eufemismo.

(r.d.)