Capitolo 27

«Quindi vai in montagna?» domandò Osvaldo, senza riuscire a trattenere un moto di nervosismo nella voce.
«Un attimo» rispose Vanessa, intenta a scrivere a Greta.
La notizia che Vanessa sarebbe andata a trovare quello sfigato di Vintage non gli era proprio andata giù. Ma in realtà, dopo la chiusura dell’Astoria per un motivo che lui non capiva, lei era divenuta più fredda, distante e lui si era detto più volte; “passerà”. Invece, sembrava che la lontananza dello “sfigato”, avesse aumentato ancora di più il suo distacco e quella notizia confermava l’inquietudine che aveva invaso Osvaldo: “dove trovo un’altra come lei?”.

I sessanta non erano poi così lontani, alla pensione non mancavano tanti anni e, soprattutto, quella che era nata come una delle tante avventure della sua vita da scapolo e moderno Casanova, come amava chiamarsi davanti allo specchio mentre si ammirava dopo la rasatura cospargendosi la pelle con il Denim, si era trasformata in una relazione stabile, anche se per i primi anni, si era concesso ancora qualche “scappatella” che per fortuna erano rimaste nascoste.

Aveva smesso semplicemente perché se lei l’avesse scoperto, l’avrebbe abbandonato e infine, giunto sulla cinquantina, non gli erano rimaste da predare che donne adulte “ormai sfatte” come ripeteva spesso; e Vanessa era ancora una bella donna.

Accasarsi a casa sua era stato il passo successivo e sapendo molto bene che lei era innamorata di lui, questo scelta soddisfaceva del tutto il suo egocentrismo. E non c’erano neanche figli tra i coglioni, a parte Greta, “l’artista”, che non sarebbe mai venuta a vivere lì con loro; perfetto.

Mentre Vanessa continuava a chattare come se non avesse sentito, lui si riprese dalla sensazione di smarrimento che lo aveva assalito poco prima. La richiesta di sposarlo fattale qualche mese prima era stata meditata da lui con attenzione. Lei di certo non se lo aspettava e, infatti, in quel primo momento, ne era rimasta colpita e felice. Il sesso quella sera era stato il migliore delle ultime volte. Osvaldo sentiva di averla in pugno. Ma dopo l’iniziale entusiasmo, Vanessa pareva avere cambiato idea, anche se fingeva che tutto proseguisse come sempre.

Osvaldo, che aveva sempre dispensato consigli al bar e agli amici sulla psiche delle donne e che era stato per questo soprannominato “lo psicologo della gnocca”, si era infine reso conto che qualcosa era cambiato in lei. “Non mi ama più?” si chiese. Doveva accelerare sul matrimonio.

«Sì», disse Vanessa distogliendo l’attenzione dal telefono «vado a trovare mia figlia. Ancora non so quando. Starò via solo per un week-end» e sorrise come per rassicurarlo.

«D’accordo», ripose lui sedendosi accanto. Gli prese una mano e, indossando la maschera dell’innamorato che usava per affondare il colpo finale, disse: «Ho pensato alla data del matrimonio, alla chiesa, al catering, alla lista degli invitati».
Non era vero, ma ora bisognava calare l’asso di briscola.
Lei ritrasse la mano da sotto la sua e il viso si scurì. «Non dovevamo parlarne insieme? E poi non voglio una cerimonia sfarzosa».
«Pensavo che volessi sposarti in bianco. In fondo, non l’hai mai fatto».
«Che c’entra! Con Vladimiro ci amavamo, non era importante il matrimonio» disse irritata.

Osvaldo capì che non era il caso di insistere. Aveva perso al gioco la prima mano, ma la partita non era ancora finita.
«D’accordo, non c’è nessuna fretta» e si alzò. «Cosa ti preparo per cena?» chiese con il sorriso più grande, come se quel discorso non fosse mai stato fatto.
«Fai tu, non ho molto appetito».

«Prego, entra» disse Vladimiro a Vanessa che si era fermata sulla soglia, d’improvviso insicura di desiderare davvero di essere lì con lui.
Ma la presenza di Greta dietro di lei, la spronò: «Su mamma, non è come a casa» disse ridendo.
Lei entrò ma rimaneva ancora con la borsa a tracollo e le mani strette sulla borsetta, come sentendosi una ladra.

Fin dal primo momento, aveva avvertito in Vladimiro un cambiamento, persino nell’abbigliamento. Era curato, dimagrito, stranamente pettinato, e soprattutto, le labbra distese in un sorriso che in parte mascherava la tensione che anche lui aveva per quell’incontro; entrambi si rividero al loro primo vero appuntamento di quasi vent’anni prima.

Ma ora, Vanessa, sapeva che le parti si erano invertite; lei non era più così certa e sicura di sé e soprattutto della relazione con Osvaldo, mentre lui, malgrado il rapporto con Agnese fosse vissuto da entrambi come temporaneo, aveva ritrovato serenità e fiducia.
«Dammi» disse Vladimiro prendendole la borsa e portandola nella camera da letto di Greta.
Greta disse: «Siediti mamma, se no pari di passaggio» e le diede un leggero bacio.

Lei accettò l’invito, mentre osservava lui che iniziava a preparare per il pranzo e incominciò a sentirsi più tranquilla, ma ancora non riusciva a profferire le parole che voleva dire, come se quell’incontro avesse avuto l’effetto di ammutolirla, annebbiandone i pensieri.

Padre e figlia invece, per mettere a suo agio Vanessa e spezzare quell’incantesimo cui pareva essere preda, ridevano e scherzavano come se lei non fosse lì, ma entrambi consapevoli della sua presenza e del magnetismo che lei emanava.

Greta iniziò ad apparecchiare la tavola e lei finalmente riprese vita: «Vi aiuto» disse solo; si alzò e si avvicinò a Vladimiro non più intimorita.
Si scambiarono uno sguardo d’intesa, di cui Greta si accorse e che le fece sgorgare all’improvviso una lacrima di felicità, che rapida si asciugò con il dorso della mano.

«Forza, in tavola» disse lui con foga.
Gli anni passati, che loro tre avevano trascorso divisi, ora sembravano non essere mai esistiti; un’allegria contagiosa, li coinvolse presto tutti e tre.
Vladimiro ne era l’artefice e mentre raccontava a Vanessa del lavoro in quel teatro meraviglioso, dell’esperienza positiva con il laboratorio con i ragazzi e della successiva riuscita dello spettacolo conclusivo, di cui lei si mostrò molto interessata, non perdeva allo stesso tempo occasione per fare battute, raccontare episodi buffi, di “Teresina l’impicciona”, spingendosi persino all’autoironia sui propri comportamenti e stati d’animo vissuti negli ultimi due mesi a Portico.

Greta lo supportava e si sentiva coinvolta dalla sua interpretazione dei fatti che sapeva sincera. “Vuole fare colpo sulla mamma?” si chiese.

Vanessa si sentiva ora completamente a suo agio: ascoltava, mangiava, rideva senza più pensare a Osvaldo e alla sua proposta di matrimonio, agli anni del distacco da Greta e Vladimiro, a quel subbuglio di sentimenti ora messi di nuovo in discussione e al senso di vuoto che l’aveva invasa già da tempo ma che solo negli ultimi mesi era divenuto fonte di disagio.

«Vado» disse Greta alla fine del pranzo. Pronta per uscire, dopo avere abbracciato la madre: «Sono felice che tu sia venuta» e a bassa voce «anche papà».
«Anch’io» rispose lei.
Greta guardò il padre e gli fece l’occhiolino; «Ciao papà» disse afferrando le sue cose.
«Ciao, a stasera» rispose lui, soddisfatto.

La porta di casa si chiuse. Erano soli, come non succedeva da tanti anni. Nessuno dei due trovava il coraggio per rompere il silenzio, ma era come se tutti e due fossero contenti dell’assenza di parole, quasi ora fossero inutili.
«Ti va un nocino?» chiese d’improvviso lui.
«Non sapevo bevessi super alcolici» rise lei.
«Il nocino non è superalcolico» e senza attendere la sua risposta, si alzò, andò alla vecchia madia ed estrasse la bottiglia di vetro smaltato e due piccoli bicchieri.
«Alcuni abitanti mi hanno preso a ben volere e ogni tanto mi portano dei regali, quasi sempre mangerecci» e riempì bicchieri.

«Sono contenta che ti trovi bene». Brindarono. «Buono» disse lei e Vladimiro glielo riempì di nuovo: «Vuoi farmi ubriacare?» disse lei con improvvisa malizia negli occhi.
«Perché no? Magari ci sciogliamo un po’». Ora si sentiva di osare sapendo che non aveva niente da perdere.
Lei non rispose, ma non distolse lo sguardo dal suo.

«Ti va di vedere il teatro?» disse Vladimiro
«Sì».
«Bene. Andiamo».
Teresina l’Impicciona li scrutò scendere dalle scale da uno spiraglio aperto della porta mentre scuoteva la testa.

L’arrivo della ex-moglie del “regista” non era certo passato inosservato a lei e alle altre comari di Portico e il tam-tam era corso veloce di porta in porta, come se uno strillone d’altri tempi urlasse le ultime notizie del giornale della sera.

Si vestì in tutta fretta e uscì per correre dalle comari, senza rendersi conto di avere lasciato le chiavi della porta d’ingresso in casa, per ritrovarsi più tardi nell’impossibilità di entrare e di dovere chiamare Giorgino della ferramenta di Portico che giunse però dopo diverse ore, mentre lei si malediceva della propria maligna curiosità; sessanta euro e il cambio della serratura, furono la condanna che si inflisse.

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