La nostra rubrica letteraria “Lo Scaffale della domenica” chiude il mese di luglio con un tema di intrattenimento e svago, in linea con l’estate: il romanzo umoristico. Buona lettura!
“Lo Scaffale della Domenica” tornerà a settembre, dopo la pausa estiva.

Andrea Pagani

Ci sono certi libri che hanno il pregio di “educare” un’intera generazione di giovani o comunque di influenzare, in modo significativo, la formazione di un costume, di uno stile comportamentale, forse addirittura di alcuni valori morali. Poi, per una strana fatalità – a volte imperscrutabile, altre volte dettata dalle mode, dall’evoluzione/involuzione degli stili di vita, dalle posizioni dei critici letterari – quei libri, che un tempo sono stati così importanti, scompaiono, vengono dimenticati, relegati alle polverose bancarelle dei venditori ambulanti, alle sofisticate manie dei collezionisti, alle malinconiche memorie dei lettori d’un tempo.

È il caso di un libro magnifico, una vera potenza di ironia e invenzione, in qualche modo un riferimento di insegnamenti e qualità etiche, Il giornalino di Gian Burrasca di Vamba (pseudonimo di Luigi Bertelli, 1858 –1920), pubblicato prima a puntate su “Il giornalino della Domenica” tra il 1907 e il 1908, e poi in volume nel 1912.

È probabile che molti lettori ricorderanno la magistrale trasposizione cinematografica di Lina Wertmüller, che nel 1964 diresse lo sceneggiato televisivo musicale, prodotto dalla Rai e trasmesso in 8 puntate settimanali, dal 19 dicembre 1964 al 6 febbraio 1965, con l’insospettabile e strepitosa interpretazione di Rita Pavone, nei panni di Gian Burrasca.

Fu un mitico sceneggiato, ma con ogni probabilità (come capita in molti casi) l’originale versione narrativa, a cui si ispirò la Wertmüller, è perfino superiore.

La creatività dello scrittore fiorentino, Luigi Bertelli, è davvero senza limiti (a partire dalla scelta dello pseudonimo, Vamba, nome del buffone nel romanzo Ivanhoe di Walter Scott): racconta le avventure, in forma di diario, di Giannino Stoppani, detto “Gian Burrasca” per la quantità di guai che combina.

È importante il contesto sociale da cui si muove la storia: Gian Burrasca è il figlio minore e unico maschio di un’agiata famiglia del notabilato fiorentino, nei primi del Novecento, e vive con i genitori e le tre sorelle maggiori Ada, Luisa e Virginia. Il giorno del suo nono compleanno Gian Burrasca riceve in regalo dalla madre un diario, appunto il “giornalino”, sul quale annoterà tutte le sue avventure tragicomiche (come quando consegna ai pretendenti delle sorelle le loro fotografie con le annotazioni sarcastiche delle sorelle stesse, oppure quando rivela l’erroneità delle apparizioni di una seduta spiritica).

Eppure nonostante i rimproveri e le punizioni degli adulti (non di rado a suon di cinghiate), Giannino continua a comportarsi secondo una sua coerente rettitudine, quella del bambino, che con genuinità smaschera le contraddizioni dei grandi.

Nelle sue azioni non troviamo cattiveria o malignità, anzi un’irriverente e anti convenzionale sincerità, un eccessivo candore: Giannino diventa Gian Burrasca quando dice la verità, quando tenta di fare del bene e ne ricava solo punizioni.

Così, con uno stile semplice, accompagnando il testo con disegni comici e divertenti, Gian Burrasca si sfoga nel fedele giornalino a cui racconta gioie e dolori, «che sono tanti, anche se ho solo nove anni»: si annovera tra i martiri della libertà e propone la propria interpretazione degli eventi, fa ridere in modo semplice senza forzature e descrive personaggi variopinti, mettendo a nudo l’ipocrisia degli adulti attraverso l’innocenza di un bimbo. Ne viene fuori un affresco giocoso e tenero, a volte quasi commovente, ma sempre accarezzato da un’ironia lieve e garbata, come i libri d’un tempo sanno regalare: un libro, per l’appunto, che ci fa riflettere sulla purezza dei giovani e il perbenismo insincero dei grandi.

Un libro ingiustamente dimenticato, escluso dai manuali scolastici e dalle antologie letterarie, che invece andrebbe recuperato e valorizzato per la profonda bellezza della sua semplicità.

Il progetto dello “Scaffale” >>>>

Vai all’archivio dello “Scaffale” >>>>

(Andrea Pagani)