Capitolo 28

La luce mattiniera aveva già iniziato ad apparire a oriente da dietro le colline, mentre la notte si diluiva a occidente per cedere il passo al nuovo giorno dell’agosto giunto quasi al termine. Vladimiro aveva gli occhi aperti da qualche ora.

Agnese, abbracciata a lui, dormiva così profondamente che a malapena lui ne sentiva il respiro. Sentì di non potere più riuscire ad addormentarsi e ne sapeva molto bene il motivo. Aveva bisogno di muoversi. Con molta calma scivolò via dalle braccia di Agnese; lei non si mosse.

Prese i vestiti e andò in cucina dopo essersi solo lavato di corsa la faccia. Voleva uscire più in fretta e in silenzio possibile.

La porta di Greta era chiusa. Si sarebbe alzata, come sempre, per ultima anche se oggi non poteva dormire fino a tardi. Uscì. Anche Teresina l’Impicciona, malgrado l’insonnia, dormiva ancora. Si avviò lungo le strade deserte di Portico come se stesse per attraversare un confine ignoto per avventurarsi in una terra sconosciuta.

Risuonò il canto lontano di un gallo.

Le ultime stelle si stavano spegnendo. Era in maniche corte e l’aria frizzante del mattino, che respirò profondamente, lo svegliò del tutto.

Sapeva dove si stava dirigendo e il perché di quella sveglia dentro l’alba appena sorta. Giunto al bivio imboccò la ripida discesa che lo avrebbe condotto al vecchio ponte, che altro non era che l’antico percorso che dal centro del paese conduceva là e di seguito proseguiva sulla medievale via di collegamento che costeggiava il torrente, per prolungarsi fino alla pianura lontana.

I grandi e larghi scalini, segnati ai lati dalle profonde scanalature che erano state realizzate all’epoca della costruzione del ponte per permettere il passaggio più agevole dei carri, erano incisi e spezzati in più punti e l’umidità della notte rendeva scivoloso la dura e levigata pietra serena; ma lui non ci fece caso e procedette spedito immerso nell’ombra che anche a mezzogiorno non abbandonava mai la scalinata, stretta com’era tra i palazzi. In breve, raggiunse e superò i resti della porta medievale e finalmente venne colpito dai primi raggi del sole, di cui ora appariva uno spicchio sottile appoggiato sulle colline.

Si fermò, in estasi, come davanti a un quadro dei covoni di fine estate di Monet. I caldi colori irraggiati si fondevano con il riverbero blu della notte che ancora pareva persistere attaccato alle ombre. Sentiva le membra riscaldarsi e rimase ancora immobile nella solitudine dell’alba.

Si riprese, quasi senza volerlo, e lentamente raggiunse il culmine della gobba e si appoggiò alla spessa balaustra di grosse pietre finemente squadrate che il ghiaccio e la pioggia dei secoli avevano solo leggermente arrotondato.

La quiete che regnava lungo l’alveo, i boschi, era interrotta solo dai cinguettii di centinaia di uccelli che si risvegliavano per riprendere a vivere, inframezzata da lontani latrati di cani. L’acqua chiara e limpida del torrente, che per fortuna non si era ridotta al misero rigagnolo degli anni precedenti, scorreva quasi senza rumore tra i bianchi sassi, i ciottoli, le rive ora erbose, ora sabbiose.

Vladimiro si godeva fino in fondo l’attimo di pausa dalla propria vita che si stava prendendo. Gli ultimi sei mesi, seguiti alla morte del signor Vittorio, erano stati così intensi, densi di avvenimenti, d’incontri, cambiamenti, salite e rapidissime discese umorali, che gli pareva quasi fossero passati anni, o al contrario, una serie infinita di secondi.

Aveva vissuto ogni momento come se fosse sempre l’ultimo della sua vita, senza avere mai un reale intervallo per riprendere fiato; si era sentito non un maratoneta, ma un centometrista che però non arrivava mai al traguardo. Un’energia sconosciuta che da anni pensava di avere persa l’aveva sostenuto e spinto a mantenere l’acceleratore “pigiato a tavoletta”.

Ma ora, era giunto il momento di lasciarsi andare. Aveva bisogno di rimanere completamente solo, anche per un’ora soltanto. In un certo senso doveva mettere ordine alla montagna di fatti che si erano accumulati, perché doveva accettare l’idea di prendere delle decisioni, compiere delle scelte, riprendere in mano la sua vita e non lasciarsi più guidare solo dal caso. Respirò a fondo.

Il sole ora era sorto quasi del tutto e il calore lo investiva in pieno. I rumori si fecero più intensi; automobili, lo scoppiettio di motorini, il brontolio lontano di un trattore, il clacson della prima corriera che lasciava Portico, gli schiocchi metallici dei bidoni del pattume riversati nel camion della nettezza urbana, lo fecero via via ritornare alla realtà. Poteva tornare.

Rientrò in casa con le paste per le “ragazze”, come le chiamava. Dormivano ancora. Si preparò e quando ebbe finito, mise su la moka. Aveva bisogno di un caffè. In attesa che si raffreddasse un po’, ripensò alla telefonata avuta con Vanessa qualche giorno addietro, in cui gli aveva comunicato che aveva rotto con Osvaldo e che lui si era già trasferito a casa di sua madre, in attesa di tornare a prendersi vestiti e oggetti che gli appartenevano.

Era stata molto fredda, quasi fosse un annuncio di lavoro sul giornale, e non gli aveva dato alcuna spiegazione. Lui le aveva solo chiesto se stava bene e lei aveva risposto: «Ora sì» senza aggiungere altro.
«Ti va di tornare qui? Mancano dieci giorni all’inizio della scuola» aveva detto lui senza pensarci troppo.
«Lo so».
E lui, di seguito: «forse ti farebbe bene».
«Non voglio disturbare».
«Lo sai che non disturbi. Anzi, mi farebbe molto piacere».
«Va bene» disse lei a voce così bassa che lui quasi faticò a udire.
«Allora deciso. Ti aspetto. Non farmi il bidone» e rise per scacciare il dubbio che lei non fosse veramente convinta.
«D’accordo».

Quando portò il caffè alle labbra, si accorse che si era raffreddato ma lo sorseggiò ugualmente. Apparve Agnese, gli occhi ancora assonati.
«Ciao», disse, e nel passare gli fece una carezza per poi scomparire in bagno.
«Buongiorno», rispose. Era tutto così “normale” come se fosse una delle tante mattine degli ultimi due mesi che si stupì della propria tranquillità.
«Ti sei alzato presto» disse Agnese mentre addentava la brioche fragrante.
«Sì, ho fatto un giretto fino al ponte».
«Stai bene?» chiese lei.
«Sì, molto» e gli fece una carezza. Continuarono a guardarsi senza dirsi più alcuna parola; non era necessaria.
«Vado a prepararmi» disse infine lei, e lo baciò sulle labbra; le sue sapevano di cioccolata.

Vladimiro preparò l’ennesima moka. Era ora di svegliare Greta.
«La mamma viene a trovarci» disse Vladimiro mentre Greta beveva il caffè-latte.
«Glielo detto io. Finalmente lo ha mollato. Non ci voleva molto a capire che è più falso di un Giuda» disse senza neanche profferire il nome di Osvaldo.
«Cerca di starle vicino. Ha bisogno di te. Ma non farti viaggi strani. Almeno per il momento» continuò.
«Ma certo!» rispose ora alterato lui. «Da quando in qua dispensi consigli. Non sono io il vecchio saggio?» continuò, ora di nuovo calmo.
«Ne hai bisogno anche tu, mi sembra» rispose lei, ridendo.
«Mi preparo» e s’alzò.

Si ritrovarono tutti e tre davanti all’auto di Agnese, carica di borse e valigie.
Greta disse rivolta ad Agnese: «Ora vado. Ciao» e a voce più bassa: «Ci sentiamo ancora, vero?»
«Certo. Vedrai che ci rivedremo ancora. Magari sarai una damigella al mio matrimonio» e rise.
«Ci conto» rispose Greta e dopo averle dato un altro bacio si girò, fece un breve saluto al padre e andò verso la casa di Miki; oggi sarebbero andati al mare.

Loro due si guardarono con un sorriso. Lei, accanto allo sportello dell’auto aperto, diede un bacio leggero sulla guancia di Vladimiro.
«Ricordati che hai una figlia in gamba e ha bisogno di te» disse.
«Sì, lo so. E tu cerca di stare bene».
«Promesso capo. Anche tu».
«Scrivimi quando arrivi» disse mentre lei saliva a bordo; accese il motore, si voltò e disse. «Ciao».

Il momento che entrambi da tempo sapevano era giunto e nessuno dei due voleva essere triste. Lui, la salutò con la mano, senza rispondere. Lei chiuse la portiera e partì. L’auto s’inoltrò sulla provinciale e dopo essere entrata in una curva, svanì dietro le colline.
Vladimiro rimase immobile a pensare a quell’improvviso vuoto che si spalancava davanti a lui, a quell’addio, senza riuscire a trovare le parole che non avesse già detto.
Sospirò, sussurrando solo un altro «ciao».
Vanessa sarebbe arrivata il giorno dopo.
Si girò e messosi le mani in tasca, si diresse verso il teatro, canticchiando sottovoce All you need is love.

FINE

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