Cervia (RA). “La Mungitura”, capolavoro di Roberto Sebastian Matta, vincitore della prima edizione del Muro Dipinto di Dozza nel 1965, è uno dei capolavori esposti nella mostra “Sogno o son desto?”, organizzata al Magazzino del Sale Torre di Cervia, visitabile fino al 21 agosto.

Matta davanti alla sua opera “La Mungitura” a Dozza

L’opera, “strappata” dal muro è conservata da tempo nella Rocca e tutelato dal municipio locale attraverso l’attività della Fondazione Dozza Città d’Arte.

Un “prestito” che strizza l’occhio alla straordinaria opportunità di valorizzazione del capolavoro realizzato nel borgo dal noto artista cileno, di casa a Parigi, ma con un viscerale legame con l’Italia dove si stabilì e morì nel 2002. Si tratta, infatti, di un’esposizione promossa da Cna territoriale Ravenna in collaborazione con il Comune di Cervia e patrocinata anche dalla Provincia di Ravenna e dalla Regione Emilia-Romagna. Un evento curato da Claudio Spadoni, e che celebrerà una quarantina di artisti di diverse generazioni dal primo Novecento ai giorni nostri.

L’opera dozzese, che potrà essere ammirata da un pubblico ampio e da una serie di competenti addetti ai lavori, farà parte della sezione centrale della kermesse intitolata “Il sogno dell’antico”. Un panorama eterogeneo di immagini sorprendenti, tra una visionarietà portata alle soglie dell’allucinazione e raffigurazioni che immortalano una realtà spaesata con suggestioni quasi favolistiche, attraverso varie soluzioni linguistiche.

Tra i maestri presenti spazio a nomi blasonati del primo Novecento come De Chirico, Licini, Casorati e protagonisti della seconda metà del secolo scorso come Matta, Moreni, Scanavino, Vacchi, Baj, Morlotti, Giosetta Fioroni, Ontani, Cucchi e De Dominicis. Senza dimenticare l’attualità con D’Ambrosio e Rivalta, soltanto per citare la porzione centrale dell’esposizione.

Il vice sindaco di Cervia Giuseppe Moscatello e lo staff della Fondazione davanti allo strappo de “La Mungitura” conservato in Rocca a Dozza

“La richiesta di prestito di un’opera d’arte è senza dubbio un momento significativo per qualsiasi capolavoro – racconta Barbara Chiarini della Fondazione Dozza Città d’Arte -. Un passaggio che contribuisce alla valorizzazione ed alla crescita della sua levatura culturale ed artistica. ‘La Mungitura’ di Matta sarà ammirata ed apprezzata da un vasto pubblico in un contesto espositivo che contempla altre grandi realizzazioni. Un modo per costruire nuove e originali chiavi interpretative. Esplorare articolati sistemi di relazioni tra memoria e contemporaneità”. E ancora: “L’affresco, realizzato a Dozza, appartiene alla memoria storica del borgo. Ora possiamo osservarlo con occhi diversi – continua -. Una concreta opportunità di visibilità, anche attraverso il catalogo della mostra, che sarà da stimolo per approfondirne la conoscenza. La validazione del prestigio di un bene conservato e tutelato dal Comune di Dozza attraverso la Fondazione a cui dobbiamo riconoscere il ruolo di tutore attento e lungimirante”.

Roberto Sebastian Matta nacque a Santiago del Cile nel 1911 e, dopo una serie di viaggi tra il vecchio continente e gli Stati Uniti, si dedicò principalmente allo studio del disegno. Le sue doti lo elevarono presto come punto di riferimento nel panorama del surrealismo internazionale, tra i più geniali interpreti dell’arte moderna con Salvador Dali, Pablo Picasso ed erede di Mirò. Innumerevoli le sue mostre personali ed inossidabile il suo rapporto con l’Italia dove aprì perfino un laboratorio.

Matta durante la realizzazione dell’opera “La Mungitura”

Nel 1965 fu ospite del Muro Dipinto di Dozza, grazie alla volontà di Luigi Lambertini, giornalista, critico d’arte e componente della commissione inviti della manifestazione, e si aggiudicò il primo premio (comprendente anche il Grifo d’Oro del Comune di Dozza e la cittadinanza onoraria del paese, ndr) con la realizzazione del grande affresco de ‘La Mungitura’. Come altri suoi capolavori, l’opera è intrisa di quella scanzonata ironia rimarcata dalla presenza di un contadino che indossa un cappello da prete per alludere all’abitazione sulla quale venne originariamente eseguita (strappata poi nel 1981 da Paolo Scarpa, ndr) e tiene in mano un ombrello a causa del meteo incerto. I molteplici arti della figura femminile, impegnata nella mungitura di una mucca da latte, potrebbero rimandare all’ingrato ruolo delle massaie-contadine dell’epoca. Gli uccelli, infine, ricordano i tucani del Sudamerica, patria dell’artista, che portano in trionfo l’uva dozzese. In generale, si può rilevare la precoce attenzione di Matta al fumetto ma la levità, l’estrema libertà compositiva, il segno e la facilità grafica riportano direttamente alla derivazione picassiana.