E’ ormai trascorso più di un mese dal ritorno del Palio a Faenza dopo un anno di stop e un anno in modalità “contingentata” causa pandemia e, manco a dirlo, ha riscosso un gran consenso popolare, suscitando nei cittadini più o meno legati a questa straordinaria rievocazione storica una grande emozione e un grande entusiasmo.
Parlando appunto di emozioni, questo ritorno “col botto” ha esaltato anche il senso di appartenenza di alcuni/e alla comunità faentina.
Ne è un esempio lampante questa lettera pubblicata qui di seguito, inoltrataci dal settore Cultura (di cui fa parte anche l’ufficio Palio) del Comune di Faenza.

Sono nata nel Rione Giallo, ma poi sono andata ad abitare nel Verde e poi nel Bianco, oggi Borgo Durbecco. A Faenza non è come a Siena che se nasci nell’Oca, rimani nell’Oca e ti sposi con qualcuno dell’Oca. A Faenza lo spirito identitario rionale è meno rigido e lascia ampi margini di manovra, ma non c’è faentino che non abbia il cuore che batte per un Rione (il mio batte per il Giallo).

Il giorno del Palio i faentini sono tutti in Piazza o lungo il tragitto che la sfilata in costume percorre per arrivare al campo di gara e ci sono anche gli “spagogni”, quelli che considerano il Palio con sufficienza pelosa e mi prendono in giro per la mia (a loro dire) passione fanciullesca. Comunque sia, vedere la città che pulsa di persone con i colori dei Rioni è un’emozione che è difficile da descrivere: tutti quei nonni con i figli ed i nipoti vestiti con le magliette ed i foulard dei Rioni raccontano di un mondo sociale che ha retto al cambio con la generazione digitale e testimoniano che la vita rionale è viva e respira tutto l’anno.

Io non ne ho mai fatto parte e non so davvero spiegarmi il perché. Da piccola, insieme ai bambini del cortile giocavamo sempre al Palio: i fustini del detersivo erano i tamburi, la bici il cavallo, un bastone la lancia del cavaliere, mentre alcune mamme, non senza sbuffare, ci avevano cucito dei “costumi” da abbinare alla calzamaglia e confezionato le bandiere.

Oggi ho quasi 60 anni e quando guardo a quelle foto penso a quei tempi con tenera nostalgia. Domenica 26, come tutti, ero anch’io in città a vedere la sfilata e quando ho sentito i tamburi e le chiarine del Nero suonare quel ritmo meraviglioso, mi sono commossa come sempre mi accade anche quando sento l’inno d’Italia. Ci sono simboli e momenti collettivi che ti fanno sentire parte di un sentimento comune e il Palio per i faentini è così.

D’altro canto, la Cultura non è solo il modo in cui l’uomo sta al mondo, ma è anche quel sentimento che ci fa riconoscere senza conoscerci, quella colla invisibile che fa di persone diverse una comunità e allora, da questo punto di vista, il Palio per noi faentini è un pezzo della nostra Cultura.

Una Cultura, che va detto, non vive dello spirito santo, ma che necessita dell’impegno e dell’opera dei tantissimi appassionati che frequentano i Rioni ed anche del Comune, naturalmente, che investe nel Palio una gran mole di risorse e di lavoro. E allora, io sento il bisogno di doverle ringraziare tutte queste persone, perché senza di voi, senza di loro,  senza quell’umanità rionale che incolla a sé pezzi di città socialmente trasversali, il Palio e tutto quel mondo che gli ruota attorno, non potrebbe mai esistere.

(lettera firmata)