Venezia. Nessun film “dell’est” tra i 23 in gara per il prestigioso Leone d’oro alla 79ª  Mostra internazionale di arte cinematografica di Venezia. L’arte sembra andare al di là dei diktat della politica internazionale e, senza distinzioni, viene meno nella competizione principale una buona fetta di Europa e Asia. Nella selezione ufficiale infatti si evidenziano le pellicole di Francia, America, Italia e Gran Bretagna. Oltre a queste, solo due pellicole iraniane e una giapponese. Non si vuole entrare nel merito delle scelte, ma solo sottolineare che questo è lo stato di fatto.

Inoltre, come ha specificato il direttore artistico Alberto Barbera presentando la rassegna, “se c’è un dato comune non tematico è la prevalenza di toni drammatici, le commedie sono praticamente inesistenti, come se la pesantezza di questi tempi che tutti stiamo vivendo si sia tradotta in incupimento tematico e di toni. E molte sono storie familiari, personali”. Questo non toglie che si tratti di titoli attesi a livello internazionale.

(Credits Mostra del cinema di Venezia 79)

La mostra, che festeggia i 90 anni dalla prima edizione, partirà il 31 agosto e si concluderà il 10 settembre al Lido. Vedrà sfilare per i Leoni ben 5 film italiani, giudicati da una giuria internazionale presieduta dall’attrice statunitense Julianne Moore: si tratta di Il signore delle formiche di Gianni Amelio con Luigi Lo Cascio che interpreta un drammaturgo omosessuale accusato di plagio nell’Italia anni ’60, nel cast anche Elio Germano e Sara Serraiocco; Bones and all di Luca Guadagnino con Timothée Chalamet, eroe solitario per un “on the road” con storia d’amore ai margini della provincia americana; Chiara di Susanna Nicchiarelli, con Margherita Mazzucco, che racconta la santa di Assisi collaboratrice di Francesco; Monica di Andrea Pallaoro, dramma su una donna già ferita dalla vita, l’attrice Trace Lysett, in rapporto alla madre morente e L’immensità di Emanuele Crialese con Penelope Cruz, un film sulla famiglia in una Roma anni ’70.

Attesa e nutrita la rappresentanza statunitense, poi inglese e irlandese, con White noise di Noah Baumbach, con Adam Driver, film di apertura; Blonde di Andrew Dominic, con la lanciatissima Ana de Armas su Marilyn Monroe; The whale di Darren Aronofsky, con un trasformatissimo Brendan Fraser sul tema dell’obesità grave; The banshees of inisherin di Martin McDonagh, con Colin Farrell e Brendan Gleeson, ambientato su una remota isola irlandese e sul rapporto deteriorato di due amici di vecchia data; Tar di Todd Field, con Cate Blanchett, incentrato sulla figura della prima donna direttrice d’orchestra in Germania; The eternal daughter di Joanna Hogg, con Tilda Swinton, altro dramma familiare con un’artista e l’anziana madre che affrontano segreti del passato sepolti in un hotel inquietante e misterioso; All the beauty and the bloodshed di Laura Poitras, documentario incentrato sulla fotografa Nan Goldin, nota per i suoi lavori legati alle sottoculture lgbt; The son di Florian Zeller, con con Hugh Jackman, Vanessa Kirby, Laura Dern e Anthony Hopkins, prosecuzione del precedente The father, premio Oscar.

(Immagine tratta dal sito labiennale.org)

La selezione americana è completata dal film messicano, Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades di Alejandro G. Iñárritu, un “viaggio tra realtà e immaginazione. Un sogno” che documenta il ritorno di Silverio, noto giornalista e documentarista messicano con sede a Los Angeles, nel suo paese natale e da una pellicola argentina Argentina, 1985 di Santiago Mitre, con Ricardo Darín, che vede una squadra di avvocati alle prese con un processo, che coinvolge i comandanti della dittatura militare negli anni ’80.

Tante anche le proposte francesi: Saint Omar di Alice Diop, un dramma su una scrittrice che assiste al processo di una donna accusata di avere ucciso la figlia piccola abbandonata su una spiaggia all’arrivo dell’alta marea; Athena di Romain Gavras: una tragedia greca senza tempo; Un couple di Frederick Wiseman, il complesso rapporto tra Tolstoi e la moglie documentato dalla loro corrispondenza; Les enfants des autres di Rebecca Zlotowski, un affresco tutto al femminile sul delicato tema della maternità, del suo desiderio e delle sue molteplici e inaspettate forme, con interprete anche Chiara Mastroianni oltre a Virginie Efira e Roschdy Zem, a sua volta regista dell’altro film francese Les miens, su un uomo senza freni.

Per l’Iran ci sarà il film di Jafar Panahi, arrestato dal regime di Teheran, Gli orsi non esistono (no bears), che racconta due storie d’amore parallele. In entrambe, gli amanti sono turbati da ostacoli nascosti e inevitabili, le forze della superstizione e i meccanismi del potere. Altro regista iraniano in concorso sarà Vahid Jalilvand, con Shab, dakheli, divar (oltre il muro), su un uomo deluso dalla vita che troverà il suo riscatto aiutando una donna fuggitiva a nascondersi alla polizia.

L’unico film giapponese è Love life di Kôji Fukada, dramma familiare sulla solitudine che si affronta davanti a un grande dolore. Completano il programma le altre sezioni della mostra dove ci sarà il giudizio di una giuria: Orizzonti, Fuori Concorso, Biennale College, Venezia Classici, con la presenza di altri 20 film italiani; i film fuori concorso tra cui il documentario di Oliver Stone Nuclear e Dead for a dollar, western di Walter Hill con Christoph Waltz e Willem Dafoe, il film postumo di Kim Ki-duk Kõne taevast (la chiamata dal cielo), Siccità di Paolo Virzì, con Silvio Orlando e Valerio Mastandrea, infine Don’t worry darling di Olivia Wilde, con il cantante  Harry Styles prestato al cinema.

Ci saranno le premiazioni dei Leoni d’oro alla carriera: il regista Paul Schrader che porterà in visione l’ultimo lavoro Master gardener e l’attrice Catherine Deneuve. Infine niente più barriere chiuse per separare il pubblico dagli attori e addetti ai lavori che sfileranno sul tappeto rosso. Solo consigli precauzionali per le norme anti covid.

(Caterina Grazioli)