Per affrontare il tema della tecnologia occorre liberarsi dalla tentazione delle semplificazioni e delle generalizzazioni, ma anche dal rischio della idealizzazione e della demonizzazione. Il nostro vivere quotidiano, il nostro benessere e il nostro progresso dipendono spesso dalla tecnologia. Ma è anche opportuno e giusto rilevarne i limiti e le conseguenze negative per la nostra esistenza, che la politica non può ignorare. Le osservazioni che seguono intendono essere solo indicazioni, puramente accennate, parziali e non esaustive ma volutamente aperte a ulteriori contributi, correzioni e approfondimenti..

La dimensione negativa della tecnologia oggi è particolarmente evidente nella sua relazione con il capitalismo; condividono la stessa passione per la novità “accelerata”, prescindendo da ogni valutazione etica e politica sui propri mezzi e fini.

Indichiamo alcuni dei mondi oggi interessati alla pervasività della tecnica: il lavoro, le relazioni alienate e la democrazia.

La tecnologia ha modificato ogni ambito della vita, dai trasporti alla sanità, ma in modo particolare l’organizzazione del lavoro. Ha penalizzato il lavoro tradizionale eliminando posti di lavoro, ha sostituito professioni e servizi con nuove tipologie (es. riders ) di precariato e di capitolato funzionali alle nostre abitudini, ai nostri consumi e agli interessi che il capitalismo alimenta per autoconservarsi. Crea e legittima una “precarizzazione” contrattuale che sconfina spesso nello schiavismo, soprattutto dei più deboli, e dilata sovente anche lo spazio lavorativo ( es.smart work ) nell’ambito familiare, col quale si viene a confondere. Un’ attenzione va portata alle tecnologie digitali che sempre più consentono scambi di informazioni in tempo reale tra utenti, tra macchine e tra sistemi di gestione. La loro caratteristica è di essere intrinsecamente focalizzate e fidelizzate sul cliente offrendo le modalità di contatto necessario a mantenere vivo il rapporto ben oltre il momento e il punto vendita. Le tecnologie mobili hanno cambiato le modalità di comunicare, fatto nascere stili di vita e imposto cambiamenti, modificando col sovraccarico di informazioni la nostra reattività.

La vita, il tempo libero, familiare, quello del riposo vengono invasi dall’intervento massiccio dei social. La relazione con l’altro riduce sovente la comunicazione, il dialogo, il confronto a messaggio emotivo e/o tecnico-informativo. La presenza e la partecipazione, da noi ricercate, subiscono la legge di un nuovo imperativo: “essere collegati”. Computer, Cellulare, Tablet, Smart, Applicazioni sostituiscono alla condivisione, alla concretezza della vita, al valore e alla privacy delle nostre persone il narcisismo, la banalizzazione e, in caso di necessità, l’anonimato.

Grazie alla tecnologia il capitalismo conferma e aumenta le disuguaglianze sociali e vive dell’alienazione non solo del lavoratore, del disagio sociale del precario, del disoccupato: ma di ogni ambito della nostra storia personale. E’ il mondo della tecnologia interattiva protesa ad assorbire e condizionare le nostre energie quotidiane nelle scelte consumistiche dei prodotti, nelle nostre relazioni, nel dibattito culturale e politico.

Lo strapotere globalizzato della tecnologia capitalistica, riporta l’esigenza di ripensare e recuperare il tema dell’alienazione caro alla cultura di sinistra, per ora rimosso. Le tecnologie che crediamo di dominare e governare in realtà diventano estranee alla nostra volontà e ai nostri progetti. Non solo i prodotti del nostro fare e del nostro agire, ma gli stessi strumenti e dispositivi ci diventano estranei, rendendoci dipendenti non più dalle nostre intenzioni e finalità; ma fruitori passivi di ambienti tecno-procedurali. La nostra vita quotidiana è sempre più strutturata in termini di un sistema tecno-economico, sempre più grande, pervasivo e integrato su scala planetaria. Tanto che viene difficile immaginare attività quotidiane che possano prescindere da tale sistema.

La stessa vita, non solo sociale, dipende da una logica sistemica di rete, codificabile secondo procedure standard che rendono possibile la produzione e lo scambio tra un numero molto elevato di individui, culturalmente e spazialmente delocalizzati, sempre più interconnessi, ma sempre meno prossimi umanamente.

L’istruzione, le relazioni sociali, quelli di lavoro, quelli con la burocrazia amministrativa, gli adempimenti della vita civile, il semplice pagamento delle bollette o il dialogo con la banca di cui si è correntisti fa i conti con una logica culturale che ci chiede solamente di impostare pin, passwords e indirizzi e-mail; a volte qualche riconoscimento facciale, e poi, solo quando l’accesso è reso possibile, ci consente, finalmente, di seguire i tempi della moderna intelligenza telematica che tutto gestisce e tutto controlla. Il risultato è che si confondono i mezzi con i fini ed anziché una personalità autonoma, l’essere umano diventa passivo, privo di intenzioni, scopi, e, condizionato da una società fatta di reti e di algoritmi che lo esclude da ogni reale presenza e partecipazione, da ogni forma reale di cittadinanza attiva e di democrazia.

(Giuseppe Camanzi)