Lo stato di salute del movimento ambientalista italiano va valutato rispetto alle grandi sfide con cui deve misurarsi oggi e nel futuro. Pandemia, guerra e crisi climatica sono i grandi problemi che il movimento ecologista dovrà affrontare e solo la sua capacità di offrire delle soluzioni a questi emergenze globali stabilirà non solo il suo stato di salute ma anche la sua utilità e rilevanza.

Di certo oggi è la realtà a dimostrarci la sua inadeguatezza rispetto a quanto servirebbe. Sul Covid non è stato in grado di promuovere una battaglia culturale per far capire all’opinione pubblica l’origine antropica della pandemia. Era compito degli ambientalisti provocare una riflessione sul vaccino, che al di là della giusta critica alla sua gestione privatistica e discriminatoria verso i paesi poveri, facesse capire che per non rimanere esposti a nuove   pandemie era necessario misurarsi con l’insostenibilità dello sviluppo capitalistico.

Sulla guerra

Sulla guerra, proprio perché è scoppiata in Europa coinvolgendo una delle principali potenze nucleari mondiali, da cui la UE ha una forte dipendenza energetica, l’ambientalismo italiano per avere un ruolo avrebbe potuto smarcarsi dalla scelta europea di totale subalternità all’alleanza atlantica che i fatti stanno dimostrando essere inefficace e penalizzante per l’Europa. Non produce infatti né l’auspicato cessate il fuoco per favorire una soluzione diplomatica, ma soprattutto non spinge il vecchio continente verso la sua sovranità energetica, accelerando la riconversione energetica rinnovabile.

Questo ruolo critico l’ambientalismo non l’ha svolto, soprattutto in Germania dove i verdi sono parte della coalizione di governo. È invece passata la scelta opposta (riarmo e armi all’Ucraina, approvazione tassonomia) con cui di fatto è stata messa in soffitta la transizione ecologica. Gli effetti di queste scelte politiche sono l’esplosione di una crisi energetica socialmente insostenibile e l’aumento della esposizione dei vari paesi europei agli eventi estremi che il cambiamento climatico scatena.

Clima

Infine sul cambio climatico l’inadeguatezza del movimento ecologista italiano è ancora più evidente. Siamo forse il paese che con più ostinazione frena ogni cambiamento come dimostra il deciso appoggio italiano alle pessime decisioni europee sulla tassonomia, con le quali gas e nucleare sono diventate energie verdi.

Va precisato che non si tratta di una inadeguatezza solo italiana, ma non c’è dubbio che è particolarmente accentuata nel nostro paese. Per capirne le ragioni va evitato l’errore, che spesso viene compiuto, di limitare la ricerca solo alla storia e allo stato di salute del partito verde. Questa realtà esprime solo una parte e non la più rilevante, dell’ambientalismo politico e sociale, concretamente sviluppatosi nel nostro paese. Ridurlo alla piccola realtà del partito del sole che ride e alla modestia dei suoi risultati elettorali, non permette di cogliere la peculiare ricchezza del movimento ambientalista italiano.

Siccità (Foto di Jody Davis da Pixabay)

Per cogliere pienamente cosa sia stata l’esperienza ecologista italiana è più utile raccontarla usando il plurale, “gli ambientalismi”.

Gli ambientalismi

Nel nostro paese c’è stata una grande ricchezza di lotte ecologiste, con una caratteristica forse unica nel contesto europeo la loro capacità di contaminazione sia a livello sociale che politico.

Non è un caso che il movimento mondiale nato sull’onda della protesta di Greta Thumberg abbia qui una delle realtà più significative.

È innegabile che la cultura ambientalista ha attraversato il movimento operaio e sindacale italiano, intaccandone le certezze industrialiste ed economiciste. Essere riusciti ad aprire una discussione nella sinistra sociale e politica, in particolare nel Pci e nella Cgil, parzialmente capace di indurli a mettere in discussione il dogma dell’eterna crescita, cioè uno dei pilastri della loro cultura politica è da considerare uno dei principali successi dell’ambientalismo. Ancora oggi che il Pci non c’è più, questa discussione attraversa la Cgil e con minore intensità e chiarezza anche gli altri sindacati e lo stesso partito democratico.

Va ricordato che da questo confronto agli inizi degli anni Ottanta ha preso piede una associazione, come Legambiente che si è ispirata all’ambientalismo scientifico, a quel pensare globalmente e agire localmente grazie al quale l’associazione si è radicata sul territorio, organizzandosi in circoli. Dentro e fuori il movimento operaio organizzato è quindi cresciuto un ambientalismo il cui agire non ha mai separato le questioni ambientali da quelle sociali.

Una consapevolezza che ha almeno in parte saputo intaccare il principale argomento usato contro gli ambientalisti e cioè che la riconversione ecologica delle società capitaliste avrebbe prodotto un generale arretramento della qualità della vita delle popolazioni.

Sono i fatti di ogni giorno a dimostrarci che è la difesa di questo modello di crescita a produrre un aggravamento delle condizioni di vita delle persone. Perseguire un rilancio dell’assetto economico come quello in cui viviamo è destinato a produrre sempre meno benessere, impoverimento della vita sociale e una sistematica distruzione dell’ambiente. Una società ecosostenibile è invece elemento costitutivo per produrre meglio, in modo più pulito e con minor fatica oltre che con più occupazione qualificata e di lungo periodo.

Ambientalismo e Verdi

Proprio per questa ricchezza di contenuti ritengo sbagliato ridurre l’ambientalismo italiano al partito verde. Così come è errato  pensare che la sensibilità ecologista abbia preso piede nel nostro paese agli inizi degli anni Ottanta con le lotte contro le centrali nucleari. In realtà partì molti anni prima. Già nella rivolta studentesca del sessantotto cominciarono le prime crepe nella quasi apologetica adesione alla trasformazione del paese da contadino ad industriale.  Proseguirono poi con la grande insorgenza operaia dell’anno successivo che allargò la breccia aperta dagli studenti, spostando per un intero decennio il conflitto sul modello di sviluppo e la sua qualità dal punto di vista della vita collettiva.

La contestazione studentesca ed operaia del 68/69 aprì una nuova fase che affermò una sempre più estesa denuncia non solo dei limiti sociali dello sviluppo capitalistico, fatto di bassi salari e lavori nocivi e faticosi per gran parte della giornata, ma anche di una scuola di massa adibita solo a preparare le nuove generazioni a quel destino. Si iniziò anche a contestare l’impoverimento della vita urbana, la finta neutralità della scienza, l’alienazione del lavoro, prefigurando una nuova stagione di diritti.

Milioni di persone lottarono per smettere di monetizzare le conseguenze sulla salute che i lavori producevano e si iniziò a percepire anche i danni che il processo produttivo determinava sull’ambiente circostante e via via anche su quello più lontano, visto che le ferie pagate, strappate con dure lotte ai padroni, venivano spesso trascorse in un mare sempre più inquinato ed eutrofizzato. Ciò che voglio sostenere è che negli anni settanta si misero in discussione non le arretratezze della società italiana, ma la sua modernità, scuotendo le fondamenta stesse della società capitalistica.

Il disastro ambientale di Seveso del 1976 ridusse poi la fiducia nello sviluppo industriale di gran parte del movimento operaio e sindacale e una parte di esso iniziò ad avere coscienza del limite “naturale”, oltre che di quello sociale, dello sviluppo capitalistico.

Una non piccola minoranza aprì una lotta politica contro la maggioranza industrialista, denunciò l’insostenibilità dello sfruttamento delle risorse naturali, l’inquinamento dell’aria, del suolo e dell’acqua. Nel dibattito sindacale era sempre più estesa la convinzione che non c’era differenza fra lo sfruttamento della forza lavoro contro cui ci si era ribellati nelle fabbriche e quello che concretamente investiva le loro vite fuori dai cancelli delle fabbriche. Una sensibilità diffusa che si organizzò in associazioni e movimenti, penso fra le tante a Medicina Democratica, alla nascita dei Consigli di Zona, ai primi movimenti femministi.

I conflitti ambientali

Dopo Seveso i conflitti ambientali diventarono molto più diretti, la contestazione del nucleare coinvolse una parte crescente e maggioritaria della popolazione, si diffuse una cultura dei beni comuni e nei territori cominciò una consistente ribellione all’abusivismo, all’illegalità, alla cementificazione e al dissennato consumo di suolo, alla chimica in agricoltura e alle emissioni velenose delle fabbriche.

Nelle assemblee operaie diventò sempre più frequente intrecciare la discussione sulle piattaforme rivendicative con i temi sociali, interrogandosi sull’alienazione della società consumista e mercificata, sulla frustrazione della vita urbana. Insomma ci si chiese se non fosse giunto il momento di concepire piattaforme di lotta con al centro il tema di cosa produrre, come produrlo e soprattutto per chi produrlo. Non vanno dimenticate le 150 ore per il diritto al sapere inserite nel 1972 fra le rivendicazioni del rinnovo contrattuale.

Da questa semina venne, negli anni 90’, l’incontro sull’occupazione fra la Legambiente e la Cgil che ha determinato che in entrambe le organizzazioni crescesse una cultura ecologista non separata dalla questione sociale, rovesciando di fatto il paradigma su cui erano maturate le grandi conquiste del movimento operaio. Il piano del lavoro che ne scaturì, affermava in modo esplicito che la soluzione dei grandi problemi ambientali era la chiave più efficace per riuscire a dare risposte convincenti alla questione sociale e alla mancanza di lavoro.

Senza questo retroterra mi chiedo se il movimento ecologista sarebbe riuscito a vincere tre referendum popolari, il primo contro il nucleare nel 1987 e a distanza di vent’anni gli altri due, uno per abbandonare definitivamente l’atomo civile e l’altro per difendere l’acqua pubblica.

Un patrimonio di lotte e partecipazione significativo che non va sottovalutato come spesso fanno i promotori del partito verde. Ricordare questa ricchezza di esperienze ambientaliste non va fatta con lo sguardo rivolto al passato, ma per cercare di costruire oggi uno schieramento vasto di forze ecologiste in grado di misurarsi con le sfide durissime di oggi. I tentativi di ridimensionare questo patrimonio di lotte sono numerosi e non vengono solo dal partito dei verdi.

I cambiamenti

Racconta una verità parziale anche chi liquida questo patrimonio dicendo che gli operai non ci sono più – cosa non vera –  e che il lavoro è cambiato – questo sì vero –  o quando si sostiene che la spinta collettiva alla ribellione di allora è da tempo sostituita dall’individualismo, che c’è stata la rivoluzione informatica e l’avvento del lavoro precario. Sono argomenti tutti veri, ma che raccontati così trasmettono solo una rassegnazione paralizzante. È una narrazione in larga parte inesatta e un modo di indagare la società che ti lascia sempre alla coda dei processi sociali e di cambiamento e ti rende perennemente solo lamentoso.

Quindi è bene prendere atto che c’è molto lavoro da fare per consolidare una maggioranza sociale e un progetto capaci di trasformare in opportunità i vincoli del mondo fisico, della natura e della convivenza fra i popoli, ma non si può colmare questo limite senza cogliere la particolarità dell’ecologismo italiano, cioè la sua capacità di contaminare con i suoi contenuti soggetti sociali diversi.

Detto ciò sorge spontanea una domanda: come mai nel momento in cui le tesi ecologiste vengono confermate quotidianamente dai fatti, il movimento ambientalista nel nostro paese è ben lontano da essere riconosciuto come il principale soggetto politico a cui fare riferimento per uscire dai guai?

A poco serve attribuire questo deficit di peso e consenso a difficoltà oggettive. È bizzarro essere poco influenti nel momento in cui la realtà scuote la fiducia popolare nel sistema capitalistico, condizione necessaria per alimentare una diffusa disponibilità a un progetto alternativo di società basato su una riappacificazione della specie umana con la natura.

Governare i cambiamenti climatici è l’imperativo del movimento ecologista se non vuole assistere impotente alle manifestazioni sempre più catastrofiche che il suo cambiamento produce. Va di conseguenza colmato il divario fra ciò che serve e ciò che concretamente si è. L’impressione è che nel nostro paese siano state sprecate molte opportunità per giungere a questa fase cruciale della crisi ambientale con più forza e influenza. È però inutile indagare il passato e invece domandarsi se i “diversi ambientalismi” possono essere una forza in grado di animare una alternativa di società.

La realtà italiana

Se solo si indagasse più a fondo si scoprirebbe che la realtà italiana è molto più contraddittoria e in movimento di quanto si pensi. C’è una resistenza sociale diffusa alla insostenibilità ambientale e sociale dei provvedimenti con cui si governa il paese.

Sicuramente molto frammentata, difficilmente riconducibile a un progetto alternativo di società sostenibile, ma che comunque esprime una forte conflittualità sociale non facilmente normalizzabile. Non ci sono solo i ragazzi e le ragazze di Greta Thunberg, anch’essi totalmente inaspettati, visto i tanti tentativi di liquidare la giovane svedese come qualcosa di folcloristico e le adesioni ai suoi gesti come il solito fuoco di paglia dei movimenti studenteschi e giovanili.

Oltre a questo nei territori ci sono lotte concrete per la giustizia climatica, di chi reclama di voler vivere e lavorare in territori sostenibili dal punto di vista sociale e ambientale. Una domanda di giustizia sociale che si manifesta nella ribellione dei riders all’algoritmo che governa il loro lavoro, nella resistenza operaia e sindacale alle delocalizzazioni sempre più selvagge, nella vivacità conflittuale di pensionate/i per difendere le loro pensioni e il loro diritto a una vita dignitosa.

E ancora perché non vedere che la società italiana è ricca di un volontariato diffuso e generoso quando prova a ridisegnare e rendere sicure le rotte dei migranti, quando presta assistenza nei territori colpiti da terremoti ed alluvioni, quando produce cibo di qualità nei campi sottratti alla mafia o nei bio distretti e si oppone alle misure europee per l’agricoltura. Infine la società, non solo quella italiana, è attraversata dal conflitto permanente che il movimento femminista ha aperto per la liberazione dal patriarcato e dalle disuguaglianze economiche e sociali in cui ancora oggi vivono troppe donne.

Il movimento ecologista per tornare a guadagnare consensi e rendersi utile dovrebbe coinvolgersi di più e portare le proprie idee e progetti nelle tante vivacissime realtà sociali, senza pretendere di esserne l’avanguardia, ma per ricostruire una propria legittimità sociale.

(Massimo Serafini, già deputato Pdup e dirigente di Legambiente)