“Bardo”, l’ultimo film di Alejandro González Iñárritu, presentato al Festival del Cinema di Venezia, è un inno al cinema e alle sue possibilità.

Si tratta di un’opera personale dell’estensione di 174 minuti, nonostante i quali non trasmette gravosità e stucchevolezza. Si percepisce la libertà e ci si perde nel mondo del regista.

Un’immagine del film Bardo (foto Biennale cinema 2022)

Il film sfrutta la posizione di superiorità del cinema rispetto al tempo. Il racconto proposto è complesso; si stacca dallo svolgimento lineare senza sfociare in un mix orgiastico e apatico di sequenze mozzafiato. Entrambi i poli: quello del caos, della follia e dell’eros, e quello della quiete, della ratio e della morte, sono presenti. “Bardo” rappresenta un elettrocardiogramma con frequenze speculari. Il cuore è quello del protagonista che è alter ego del regista, non solo per il taglio di capelli, l’origine messicana, l’espatrio, la fama, il rapporto con la critica e quello con familiari e amici, ma soprattutto perché entrambi sono sognatori, timidi visionari soggiogati nel limbo del giudizio esterno.

Se è chiaro che Bardo sia un racconto meta-cinematografico, potrebbe essere che l’elettrocardiogramma di Silverio Gama, che nel finale si appiattisce e lo porta ad uno stato di leggerezza e di liberazione, corrisponda appunto alla pellicola, che svincola il regista dall’esterno e lo solleva, donandogli la delicatezza con cui trattare il privato. Ecco che si chiude il cerchio: la scena d’apertura descrive un’ombra (con ogni probabilità del protagonista) che tenta di prendere il volo e, al terzo tentativo, si innalza sopra la steppa messicana, con le spalle all’America.

La conclusione diventa premessa e il film può dunque attraversare i temi cari al regista, mescolando, come già detto, intuizioni oniriche e accadimenti effettivi. Anche la vita di Silverio Gama oscilla in questo modo e alterna critiche pulsanti (verso la società, i familiari, e sé stesso) a momenti di spensieratezza ed euforia.

Magnifici piano sequenza e inquadrature dal montaggio serrato, campi larghi e primi piani, colori squillanti e toni cupi e tenebrosi, ad intervalli spesso improvvisi e brucianti, simboleggiano lo stato d’ansia del protagonista, che non gode pienamente della vita e che per questo incolpa tutto: sé stesso, il decadimento dell’informazione e persino Hernàn Cortès.

Emblematica per temi e tecnica è la transizione tra la scena di ballo alla festa in onore di Silverio e il successivo incontro con il padre. Nella prima sequenza la spensieratezza è espressa da virtuosi movimenti di macchina, una cura delle luci incantevole e l’utilizzo della colonna sonora che cristallizza l’energia del momento; mentre, interrotta la musica, il bagno in cui si rifugia il protagonista, che rifiuta di essere celebrato, è ordinario ed umile, così come le inquadrature e la fotografia: calibrata e sobria.

Lo stile del film è quello di non avere stile ma di inglobare. Un vortice in cui si intravede sempre una linea guida, come capita nei ricordi. Per mezzo del prepotente budget Netflix, Iñárritu si concede quasi tutto. Apoteosi di questo è una sequenza spenta, dal buio introspettivo, in cui il protagonista cammina per una città fantasma e si imbatte prima in statue enormi, che richiamano alcune delle opere più inospitali di Dalì, e poi in una pila di corpi morti sulla cima della quale capeggia Hernàn Cortès.

Se nel vagare il protagonista era perso, davanti al condottiero spagnolo, responsabile della fine dell’impero Azteco, si rianima e lo accusa intensamente. Il dialogo tra loro è insolente, ma alla fine si rivela finzione: Silverio si trova a sua insaputa su un set; il conflitto è dentro di lui.

Lampante il parallelo con “8 ½” e anche “Amarcord” di Fellini. L’epilogo non esiste: il fine dell’opera è semplicemente una presa di coscienza, un guardarsi dentro.

Il film concede molto spazio alla famiglia: il padre, la madre, la moglie, i figli: Camilla e Lorenzo, e anche Mateo, il figlio che non è mai nato e che umoristicamente Silverio immagina affacciarsi dal grembo materno ma non volerne uscire.

Infine, il Messico. Il tema del paese natale è forse quello che maggiormente attanaglia il protagonista. Silverio ne critica l’ignoranza e la superficialità ma è anche pronto a difenderlo e ad esigere rispetto nei suoi confronti. Lo ha lasciato da quasi vent’anni ma pure non riesce a staccarsi. Significativo è l’utilizzo della lingua: infatti, per tutto il film Silverio Gama utilizza lo spagnolo e sprona chi gli sta attorno a fare lo stesso. Ugualmente Iñárritu ha voluto rispondere in spagnolo alle domande postegli durante la presentazione del film.

Si tratta di un genere di film che divide, dove il regista ritaglia una finestra che permette allo spettatore di affacciarsi nel suo intimo. Non sempre questo è ben accolto: il racconto personale può risultare non interessante, oltre al fatto che spesso non presenta uno svolgimento tipico.

L’autore vuole osare, probabilmente trascinato dall’attaccamento ai temi trattati e rischia di aggiungere tasselli forse superflui o sproporzionati al film. È successo lo scorso anno per “È stata la mano di Dio”, in cui la seconda parte appariva meno ritmata e con scene non sempre collegate tra loro, e sicuramente verrà detto di “Bardo”.

Nonostante ciò, quello di Iñárritu è un film denso e leggero, sognante e riflessivo, dall’incredibile potenza visiva e che merita di essere visto.

(Leonardo Ricci Lucchi)