Qui parliamo di un conterraneo nato in ottobre, famoso ai suoi tempi ed oggi un poco dimenticato. Gli imolesi conoscono abbastanza Luigi Sassi, primo Sindaco di una amministrazione democratico-socialista ad Imola, a cui è dedicata una via, ma nel territorio abbiamo avuto un altro Sassi importante.

Attilio Sassi

Si tratta di Attilio Sassi, sindacalista e anarchico italiano, antifascista perseguitato, figura popolare nel Sindacato Minatori in Valdarno, poi a livello nazionale, fondatore con Giuseppe Di Vittorio della Unione sindacale italiana e dirigente nazionale della Cgil nel secondo dopoguerra: soprannominato “Bestione”, del resto era caratteristica in Romagna affibbiare soprannomi coloriti.

Agli abitanti della zona mineraria del Valdarno Superiore, dove Sassi è stato attivo prima durante il Biennio Rosso e poi negli anni Cinquanta, resta la memoria del sacrificio degli uomini e delle donne nel lavoro, dell’antifascismo militante, delle lotte sociali condotte “dal buio delle miniere”, esperienze legate al nome del nostro sindacalista imolese, familiare tra i vecchi valdarnesi.

Attilio Sassi nasce a Castel Guelfo il 6 ottobre 1876 e cresce in un ambiente di fervente ribellione sociale, di forte attrazione verso le idee del conterraneo Andrea Costa. Dopo le scuole elementari viene avviato al lavoro di muratore, poi a 19 anni emigra con la famiglia in Brasile per lavorare al diboscamento delle foreste e nelle miniere di manganese nel Minas Gerais. Qui è attivo nelle fila di un sindacalismo figlio dell’emigrazione europea in Sud America e culturalmente si forma con le letture di Arturo Labriola e di Georges Sorel maturando idee libertarie. Una volta rimpatriato, si impegna nella attività sindacale.

Attilio Sassi tra i minatori del Valdarno (secondo da destra)

Nel 1905 si sposa con Maria Lucia Coralupi da cui avrà cinque figli di cui tre morti in tenera età ed Eliseo e Edera. Soggiorna per un breve periodo in Svizzera dove lavora come muratore e dirige un sindacato locale; in seguito è segretario del Sindacato Muratori di Imola, del Sindacato Lavoratori della terra di Piacenza, della Lega Barrocciai di Crevalcore.

È schedato come anarchico per la sua attività di organizzatore, di pubblicista e di conferenziere, noto a tutti per l’irruenza dei suoi comizi (da qui “Bestione”, oltre che dal fisico?). Intrattiene relazioni epistolari con esponenti anarchici e socialisti in Italia e all’estero, con Luigi Fabbri e con Errico Malatesta. Milita nel “Gruppo anarchico Amilcare Cipriani” di Imola; collabora alle testate emiliano romagnole de “Il Pungolo”, “La Voce proletaria”, “Agitatore”.

È denunziato, processato e però assolto per aver svolto propaganda anticlericale. Aderisce alla corrente sindacalista rivoluzionaria che al congresso di Parma del 1907 si costituisce in Comitato Nazionale dell’Azione Diretta, poi promuove con altri la scissione dal sindacato confederale e fonda la Unione Sindacale Italiana a Modena nel novembre 1912, di ispirazione anarchico-libertaria.

Partecipa attivamente ai moti della “Settimana Rossa” nel giugno 1914 e al sostegno degli anarchici antimilitaristi e pacifisti. Durante il periodo della Prima Guerra Mondiale la polizia segnala la sua presenza a riunioni clandestine, sia di carattere antimilitarista, sia sindacale, in Emilia, Lombardia e Toscana. Invia corrispondenze ai periodici “Guerra di Classe” e “Volontà”. Nell’agosto 1917 a Roma incontra anche due rappresentanti dei Soviet della Russia.

Dal 1917 dirige le leghe minatori aderenti alla Unione Sindacale Italiana in Valdarno, ove il sindacato conta cinquemila organizzati per un settore strategico nell’economia nazionale di guerra. Nel 1920, dopo 74 giorni di sciopero che seguono a 20 di serrata padronale, una delegazione operaia con alla testa Attilio Sassi e Virgilio Diomiri si incontra a Roma con i dirigenti padronali della Mineraria, alla presenza del rappresentante del Governo: “I padroni delle miniere cedettero […] considerando che nelle venti giornate della serrata vi erano incluse tre feste, la serrata venne completamente rimborsata. La vittoria fu completa ed i minatori, assieme ai cavatori di Carrara, primi in tutto il mondo, conquistarono le sei ore di lavoro”: così Sassi ricorda nelle sue memorie.

Poi viene il fascismo.

A seguito dei moti “rivoluzionari” del 23 marzo 1921 in Valdarno è condannato a sedici anni di reclusione e un anno di vigilanza speciale quale istigatore morale dell’insurrezione antifascista.
Il sindacalista romagnolo è sottoposto a trattamento carcerario duro e subisce trasferimenti dalle prigioni di Perugia a quelle di Spoleto e Portolongone.

Scarcerato nel 1925 per indulto, si stabilisce a Imola ove da allora viene sottoposto a stretta vigilanza da parte della polizia. Nel 1928, a seguito di denuncia della questura di Roma, città dove nel frattempo si è trasferito, è disposta la sua assegnazione al confino di polizia di Ponza per cinque anni, tuttavia il provvedimento viene commutato in ammonizione.

Dopo brevi soggiorni a Torre Pedrera e a Ravenna per motivi di lavoro, nel 1930 è di nuovo nella capitale, dove continua ad essere vigilato. Nelle carte di polizia politica si parla per il 1934 di contatti con elementi antifascisti rifugiati in Francia e ad ogni modo rimane “vigilato speciale” fino alla caduta del fascismo, quando contribuisce alla riorganizzazione della Cgil e, dopo la liberazione, riprende i primi giri di propaganda nelle zone minerarie di tutt’Italia.

Attilio Sassi

Eletto segretario generale della Federazione italiana Minatori e Cavatori (Fimec), la sua attività ufficiale in seno alla Cgil unitaria ha inizio con il convegno sindacale dell’Italia liberata di Roma nel settembre 1944.

Dal 25 settembre 1945 all’1 giugno 1946 opera la Consulta Nazionale, nominata dal Governo in base al decreto luogotenenziale del 5 aprile 1945, con il compito di dare al governo pareri sui problemi generali e sui provvedimenti legislativi dell’esecutivo: cessa le funzioni il 2 giugno 1946 con l’elezione dell’Assemblea Costituente. Ebbene, Attilio Sassi entrato nella Consulta in rappresentanza della Cgil, fedele ai suoi ideali anarchici rifiuta lo stipendio parlamentare.

Nel dicembre 1945 è a Firenze per il 1º congresso nazionale della Fimec dove propone e fa votare una mozione per le sei ore giornaliere, per il collocamento in pensione dopo 25 anni di miniera e comunque al compimento del sessantesimo di età: come ben si vede si tratta di proposte all’avanguardia rispetto ai tempi.

Chiamato a Roma da Giuseppe Di Vittorio è fortemente impegnato nella contrattazione di livello federale in quanto Segretario nazionale della Federazione italiana Minatori e Cavatori e membro del comitato direttivo della Cgil per la corrente anarchica: Sassi è un sindacalista libertario ed anarchico, ma stimato e rispettato da tutti.

Al II° congresso nazionale della Fimec (Firenze, febbraio 1947) relaziona sui processi di razionalizzazione produttiva in atto e sugli obiettivi economici e morali: il congresso si pronuncia per l’unità sindacale al di fuori delle correnti politiche, per il diritto di sciopero e contro la serrata.

Al III° (Firenze 1948) e IV° (Massa Marittima 1949) congresso della Filie (Federazione italiana dei Lavoratori delle Industrie estrattive, secondo la nuova denominazione “unitaria”) interviene sui consigli di gestione, “per un controllo dei lavoratori sulla produzione nel campo tecnico-amministrativo”, e sulle nazionalizzazioni.

Dopo il fascismo, l’esilio, la resistenza e le stragi naziste, si torna a parlare di lotte sociali nel bacino lignitifero (miniere di lignite) tra il 1948 e il 55: è il periodo dell’autogestione delle miniere quale risposta operaia alla volontà di smobilitazione manifestatasi con i licenziamenti di massa, con gli interventi violenti della polizia “celere” contro le manifestazioni. “La Mineraria lavori o lasci lavorare!” è la parola d’ordine.

Nell’ottobre 1949 a Genova al II° Congresso Nazionale della Cgil si segnala un suo intervento, polemico ma molto applaudito. Esprime il suo dissenso: contro il vezzo di promuovere la formazione di commissioni tecniche e di studio con l’apporto di elementi vicini agli industriali o al governo; contro le correnti e per l’unità al di fuori e al di sopra dei partiti politici, per un maggior spazio ai comitati operai piuttosto che a deputati o senatori; per lo sciopero quale diritto dei lavoratori da difendere a oltranza.

Nel 1950 appoggia la gestione “illegale” delle miniere del Valdarno che i lavoratori autogestiscono. Sassi, dalle colonne di “Umanità Nova” istiga ancora alla resistenza, come trent’anni prima. “… i minatori lotteranno sino all’estremo delle loro forze e, se sarà necessario, interverranno altre forze in aiuto per far sì che anche in questa lotta i minatori possano raggiungere la vittoria”. La vittoria arriva dopo 52 giorni di mobilitazione.

Al III° congresso della Cgil (Napoli, 26 novembre – 3 dicembre 1952) la corrente “anarcosindacalista” interviene nel dibattito con propri esponenti membri del direttivo confederale, dirigenti del sindacato minatori, delegati di grandi fabbriche. Attilio Sassi, dopo aver svolto una sua relazione in tema di salario operaio, critica ancora le interferenze dei partiti politici nella vita organizzativa del sindacato.

All’età di ottant’anni fa il suo ultimo intervento in un congresso nazionale della Cgil (il IV° a Roma, 27 febbraio-4 marzo 1956). Con grande energia denuncia quelli che ritiene gli errori più gravi commessi dall’organizzazione, nell’accettazione della scala mobile, del regolamento per le commissioni interne, nell’impostare le lotte “con un minimo di sacrificio, con la speranza vana di un massimo risultato”. Sulle nazionalizzazioni, un tema che ormai pare acquisito in tutta la sinistra sindacale e politica, e sulle nuove funzioni confederali prospettate da “sindacato del controllo”, avanza serie riserve.

Muore a Roma il 24 giugno del 1957.

I funerali sono seguiti da una folla di amici e compagni: ci sono i minatori del Valdarno e i cavatori di Carrara, rappresentanti della Cgil, della Federazione Anarchica Italiana, del Pci, e c’è Di Vittorio, mentre l’orazione funebre è pronunciata da Armando Borghi. Tutta la stampa di sinistra all’epoca lo ricorda come figura luminosa di combattente per i diritti della classe operaia.

Molto è stato scritto su di lui e molto ha scritto lui stesso, possiamo vedere una bibliografia al seguente link: https://www.bfscollezionidigitali.org/entita/1188-sassi-attilio

Nel 2001 il comune di Cavriglia nel territorio del Valdarno delibera di intestargli la strada principale del Villaggio Minatori a Santa Barbara. E forse anche il nostro territorio dovrebbe offrirgli qualche riconoscimento significativo.

(Marco Pelliconi)