Andrea Pagani

La rubrica letteraria, curata da Andrea Pagani, “Lo Scaffale della domenica”, ci intrattiene nel mese di ottobre con un tema interessante e poco conosciuto: il romanzo simbolico-visionario, ossia quel romanzo che con situazioni al limite del verosimile, propone spunti di riflessione sulla condizione dell’uomo. Buona lettura!

«Il solo modo di trovare una cosa è non cercarla. Occorre che quella cosa cerchi voi e vi trovi»: si direbbe che questa sofisticata riflessione, sulle imperscrutabili dinamiche del destino e delle occasioni del vivere, elaborata dalla mente geniale di Jorge Luis Borges, accompagni la misteriosa avventura di viaggio e di scoperta, in luoghi mistici e onirici, del narratore di Notturno indiano (Sellerio, 1984) di Antonio Tabucchi.

Il protagonista della vicenda – un anonimo io narrante – intraprende un itinerario di esplorazione in un’India metafisica (ma allo stesso tempo con riferimenti realistici, da leggere in chiave simbolica, laddove si allude al passato coloniale di quelle città indiane che conservano ancora la vecchia denominazione, in uso durante il Raj britannico), alla ricerca di un amico scomparso, il teosofo Xavier Janata Monroy.

Un viaggio da un lato favoloso, senza date e fuori dal tempo, dall’altro lato molto preciso, tra Mumbai, Madras e Goa, costellato di dettagliate descrizioni e numerosi incontri, stranianti conversazioni con gesuiti, prostitute, dottori, sedicenti indovini, tra stanze d’albergo, ospedali, sale d’attesa, lunghi viaggi in pullman, inebriato dall’aroma di spezie, colori, usi e costumi, fragranti frammenti di quotidianità esotica: a Bombay, con la prostituta Vimala Sar, con il medico dell’ospedale e con un devoto giainista in attesa del treno; a Madras, con una certa Margareth e con il direttore della Theosophical Society; sulla strada per Mangalore, con un mostruoso Arhant e suo fratello; a Goa, con il fantasma del viceré delle Indie, con Padre Pimentel, con il postino Tommy, con gli impiegati d’albergo ed infine con la fotografa Christine.

C’è qualcosa di incongruo, di incomprensibile e nebbioso in questi incontri, ma al contempo qualcosa di irresistibile e seducente, che tiene inchiodato il lettore alle pagine, fino ad un colloquio risolutivo, un momento di scioglimento, ancora una volta gravido di valenze allegoriche: è l’incontro, risolto in una dimensione quasi onirica, fra il narratore e il poeta portoghese Fernando Pessoa (un importante modello narrativo per Tabucchi), che sembra aprire una seconda storia, una storia nella storia, celata da nomi camuffati e da giochi interlinguistici, citazioni alle poesie e alla filosofia di Pessoa.

Cosa simboleggia quest’ultimo singolare incontro?

Molteplici potrebbero essere le chiavi interpretative ed è giusto lasciare aperta la libera ipotesi di ogni lettore.

Anche se, probabilmente, l’interpretazione più suggestiva è quella che immagina l’imprevisto e casuale incontro con Pessoa come la rivelazione decisiva per l’autore Tabucchi: la coscienza della propria vocazione letteraria, la comprensione della propria missione di scrittore, in un gioco metanarrativo, in un raffinato movimento di specchi.

Ed ecco che, in questo elegante gioiello narrativo di Tabucchi, così sofisticato e prezioso, e al contempo così sfuggente e enigmatico, indefinibile ed evasivo, ritroviamo perfettamente calibrata la massima di Borges, un altro esponente esemplare d’un lirico simbolismo: «Il solo modo di trovare una cosa è non cercarla. Occorre che quella cosa cerchi voi e vi trovi».

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(Andrea Pagani)