Alzi la mano chi non ha mai pensato di coltivare l’orto in casa.

Io ci ho pensato due volte. La prima quando ancora abitavo con i miei genitori, quasi trent’anni fa. La casa dei miei era circondata da un giardino spazioso, ben curato sul davanti, con una grande quercia a dominarlo. La parte posteriore, invece, come spesso accade, era un po’ lasciata andare. C’era un capanno sghembo che fungeva da riparo per l’automobile, poi un po’ di rabazeri, come si dice dalle nostre parti: cassette di legna, sacchi di concime, attrezzi in disuso… Però c’era anche un bel quadrato di terra libero, ben esposto al sole, che sembrava lì apposta per accogliere il mio progetto.

A quel tempo studiavo e l’estate era un periodo libero da impegni. In grande anticipo sulla moda del chilometro zero e del biologico, decisi allora di farmi l’orto in casa. Non era tanto l’amore per le verdure a muovermi, era più l’idea che l’orto potesse diventare una sorta di terapia per la mia mente. A quel tempo, infatti, non avevo ancora scoperto del tutto i benefici della scrittura e avevo bisogno di qualcosa che placasse la mia inquietudine, e cosa c’era di meglio che accarezzare zucchine e pomodori? Non lo facevano anche i monaci, d’altronde?

Tuttavia, capii ben presto che anche nell’orto, come in tutte le attività della vita, ci sono gli aspetti positivi e quelli negativi.

Tra i positivi c’era senz’altro quello di entrare nella bottega di Baldisserri a selezionare piantine e sementi, con l’eccitazione di un bambino nel negozio di giocattoli ma senza alcuna cognizione, se non i riferimenti di quello che trovavo nel piatto a pranzo e cena o che vedevo sugli scaffali dei supermercati.

Optai per quattro piantine di pomodori da insalata, non che fossi un grande amante di San Marzano o Pachino, ma pensai che un orto senza pomodori fosse come una macchina senza ruote.

Poi i ravanelli, che in pinzimonio erano uno dei miei must.

Quindi la rucola, altro mio pezzo forte e di gran voga, a quel tempo.

Infine, l’insalata gentile che, detto tra noi, proprio non mi piaceva per nulla, ma valeva lo stesso discorso dei pomodori, un orto senza insalata, che orto poteva mai essere?

Basta così, decisi che per il primo anno era più che sufficiente. Poi, per l’anno successivo, già mi figuravo melanzane, zucchine, cetrioli, patate e chi più ne ha più ne metta, un tripudio di colori e sapori.

Adesso che avevo sementi e piantine, cominciava il bello, almeno io credevo sarebbe cominciato il bello, e invece…

Cioè, avete mai provato a prendere un quadrato di terra con sopra l’erba e ararlo da zero, a mano, con vanga e zappa? A quel tempo giocavo a tennis, quell’estate il tennis me lo scordai, sulle dita comparvero vesciche grandi come le sfere dei biodigestori sparsi nella nostra campagna. Zolle dure come asfalto che non riuscivo a frantumare, lombrichi lunghi come anaconda del Rio delle Amazzoni. Alla fine, riuscii a rendere coltivabile quel quadrato, che poi era diventato simile a un esagono di colore marrone, un saliscendi di massi e terra che se ci camminavi sopra ti slogavi una caviglia. Va beh, insomma, lottando come un leone creai un piccolo appezzamento nel quale riuscii a realizzare con molto orgoglio il mio orto.

Adesso non si scherza più, dissi a me stesso, adesso comincia il bello.

Scoprii presto che il bello erano quelle cento o duecento piantine infestanti che, tutte le notti, sorgevano magicamente dalla terra. Io le toglievo e le gettavo nel campo dietro casa, e loro tornavano, risorgendo come zombie. Poi non parliamo di quegli insetti neri che si cibavano della mia rucola. Ah, la rucola, sarà stata la terra, ma quella non era rucola, era come mettersi in bocca un peperoncino habanero cresciuto nel deserto di Tijuana. Era talmente amara e piccante che nell’insalata ci dovevi mettere lo zucchero, mica il sale.

I ravanelli? Vedi la rucola, così forti che mio padre ne portò uno alla bocca e finì per sputarlo contro il frigorifero, dall’altra parte della cucina.

E i pomodori… i pomodori erano bellissimi, li guardavo crescere, li lisciavo ogni mattina, per tastarne la consistenza. Ne mangiai due, che sapore ragazzi… altro che quelli del supermercato che arrivavano da chissà dove. Ne mangiai due, ripeto, poi dovetti partire per le ferie. “Mamma mi raccomando, annaffia e raccogli, annaffia e raccogli”. Quando tornai erano ancora là, appesi a una pianta morta, come delinquenti impiccati nel far west. Secchi come i pomodori secchi, quelli che ti vendono proprio secchi. Accanto a loro un’insalata gentile raggrinzita, per non dire marcia.

Guardai il mio orto sconsolato, poi lo riguardai con più attenzione. Sì, avevo visto bene, c’erano pure un paio di cacche del mio gatto tra le piantine di rucola. Mandai il tutto a quel paese, accesi il barbecue e ci appoggiai sopra una gavetta di salsiccia. Fanculo all’orto, mi dissi.

Ora vivo in pieno centro a Medicina, in via Libertà, quasi di fronte al comune. Ho una piccola terrazza sui tetti, in pieno sole. Due anni dopo essermi trasferito lì ho pensato a una cosa fighissima: l’orto sui tetti, roba che neanche fossimo a Parigi.

Lo spazio era poco e ho optato per le due tipologie essenziali, lo sapete già: pomodori e insalata.

Com’è andata a finire? Ve lo lascio immaginare.

 

 

Foto di ROMAN ODINTSOV