“Siccità” è un film di Paolo Virzì, presentato fuori concorso al festival del cinema di Venezia e che da qualche settimana ha invaso le sale di tanti cinema italiani.

Il titolo e il trailer avanzano il tema della siccità che pare esaminato da diversi punti di vista. Invece, l’emergenza idrica che assilla Roma in un futuro distopico non è che un pretesto per parlare dell’essere umano e dei suoi disordini interiori.

La vera siccità del film riguarda i nessi e le connessioni, a cui si aggiunge una carenza di approfondimento. La storia proposta affronta tutti i temi della nostra società: l’amore, il tradimento e il divorzio; l’odio, le gang e la ribellione, il rapporto con i social; la solitudine e l’abbandono; il razzismo e l’integrazione; e tanto, forse troppo, altro.

La siccità, che aggredisce la capitale e ne mette a repentaglio il futuro, è poco più di una cornice per i drammi e le vicende personali dei personaggi. Inoltre, la narrazione, a tratti nauseante, salta da una storia all’altra con collegamenti deboli e forzati.

Come spesso nei film di Virzì la società si divide in ricchi e poveri, lasciando la middle class in ombra. Dunque; la storia di una coppia in crisi (Claudia Pandolfi e Vinicio Marchioni), una malinconica primaria in ospedale e un avvocato che si scambia foto sexy con una compagna delle medie, contrapposta al disperato ex marito di lei (Valerio Mastandrea), che vaga per Roma con il suo taxi mal ridotto e trascurato in preda ad allucinazioni, che lo fanno interagire con i suoi genitori e un ex presidente del consiglio.

Poi c’è una famiglia nobile che pensa al proprio businnes più che all’enorme problema che sta mettendo in ginocchio la capitale. Una guardia del corpo rozza ed ingenua che ricorre al furto e alla violenza per cercare di cambiare la sua vita. Uno scienziato che ricorda il personaggio di Leonardo Di Caprio in Don’t look up, ma senza redenzione, che inizialmente si spende in televisione per sensibilizzare sulla crisi idrica e poi finisce in una vasca idromassaggio con Monica Bellucci, il cui personaggio gioca maliziosamente con quella che è la sua facciata pubblica (come Christian De Sica in Comedians di Salvatores).

Appurato che gli avvenimenti descritti potrebbero essere ambientati in un contesto normale e non di emergenza, il regista accende alcuni spunti interessanti che purtroppo non si evolvono in riflessioni. La vicenda più singolare è sicuramente quella di un attore teatrale di mezz’età (Tommaso Ragno) che, approcciatosi ai social, ne ricava un impatto sulla vita talmente violento da portarlo a isterismi pirandellianamente umoristici.

Il groviglio di temi, personaggi ed eventi da cui è composto Siccità, e dove spunta anche un’apparizione biblica, viene sciolto, per così dire, da una preghiera del papa (mai visto prima nel film), che porta la pioggia. Si risolve quindi il problema della cornice ma rimangono aperte molte storie a cui si era dedicata molta più attenzione.

La colonna sonora è potente: l’orchestra di cui fanno parte tre personaggi del film accompagna con ardore lo scorrere delle scene, mentre Mina è scelta per piangere il poco ardire di una coppia omosessuale mai dichiarata, che viene meno per la scomparsa di uno dei due.

Probabilmente Paolo Virzì prende Magnolia di Paul Thomas Anderson come riferimento ma non riesce ad avere lo stesso risultato per via delle storie tanto credibili quanto comuni, e del loro fragile intreccio. Il grande sconfitto è il tema ambientale, l’acqua e la sua importanza, a cui viene tolta un’occasione per ribadire la condizione critica.

(Leonardo Ricci Lucchi)