Ironicamente l’amico Mauro Magnani, parlando dell’importanza di un mutamento del Pd dopo il disastroso risultato delle elezioni del 25 settembre 2022 che hanno portato al Governo del Paese la destra, finge di aver trovato la soluzione cambiando nome e identità da “Partito Democratico” a “Democratico Partito“. Penso che se il Pd diventasse finalmente un “democratico partito” nel vero senso della parola, farebbe già un gigantesco passo avanti.

Via le correnti che ne paralizzano da tempo le decisioni più importanti, il Pd dovrebbe affrontare il prossimo congresso a inizio 2023 (senza perdere tempo prezioso) lasciando veramente agli iscritti e agli elettori, porte aperte a chi vuole dare davvero un contributo importante, la possibilità di confrontarsi e di fornire possibili soluzioni sul futuro del partito.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Non è sempre stato così, per quanto riguarda l’esperienza che conosco, ovvero l’Unione territoriale Pd di Imola, i candidati nazionali alla segreteria che si sapevano fin dall’inizio sostenuti dai dirigenti di maggior peso nazionale, coalizzati fra loro, hanno sempre ricevuto consensi “bulgari”, quindi tutti o quasi salivano sul carro dei vincitori annunciati cambiando di volta in volta “il cavallo vincente”. E così è accaduto di recente anche per il livello circondariale con l’attuale segretaria Francesca Degli Esposti che da qualche tempo ha ricevuto oltre il 99% dei consensi.

All’unico congresso al quale ho partecipato in qualità di iscritto ai Ds, ero nel gruppo che contava personaggi di alto livello quali lo scomparso on. Enrico Gualandi e Giorgio Marabini a sostegno della candidatura a segretario nazionale di Giovanni Berlinguer, fratello del grande e indimenticabile Enrico. Dall’altra parte, tutti i massimi dirigenti del partito imolese che ricoprivano cariche erano a favore di Piero Fassino (non un fulmine di guerra), mentre il terzo candidato era il “riformista” Enrico Morando per il quale erano schierati il buon Marco Pelliconi, che ancora una volta ha mantenuto fede alla sua identità di riformista nel partito, e pochi altri.

Ebbene, nonostante le capacità e le personalità di Gualandi e Marabini con l’appoggio dell’allora segretario della Fiom locale Paolo Stefani, sfiorammo il 9% con Morando all’1,5%. Dunque, la mozione Fassino ricevette circa l’89,5% dei consensi. E fu uno dei casi nei quali le minoranze interne al partito andarono meglio a livello del circondario.

Naturalmente Fassino trionfò e divenne segretario nazionale, anche se nelle altre parti d’Italia i congressi furono un poco meno ortodossi rispetto a Imola e tutti o quasi i dirigenti imolesi furono ben felici di essere “fassiniani” come furono nel tempo “dalemiani”, “veltroniani”, “bersaniani”, “renziani”, un po’ meno “zingarettiani” e, infine, “lettiani” con i risultati che oggi ci troviamo a “piangere”.

All’inizio del 2023, si celebrerà un congresso durante il quale tutti, già ora, dicono che bisogna parlare soprattutto e con urgenza di programmi. Giusto, provo a elencare alcune proposte a mio avviso condivisibili: salario minimo garantito, meno precarietà e meno contratti, reddito di cittadinanza migliorato con corsi di formazione al lavoro funzionanti, priorità assoluta a scuola e sanità pubbliche, diritti garantiti a tutte le famiglie senza distinzione fra quelle tradizionali e quelle arcobaleno e opposizione dura alle misure del governo di destra già prese come le famigerate punizioni ai rave party e ai raduni con più di 50 persone, la volontà di aumentare a dismisura il contante e una gestione “allegra” della pandemia da Covid che purtroppo non è affatto terminata. Già questo, insieme, potrebbe costituire un interessante programma aggiungendo una maggior propensione a sostenere tutte le ipotesi di trattative per fermare la pericolosa escalation della guerra in Ucraina.

Manca ancora all’appello per un Pd nuovamente forte un leader carismatico che lo porti avanti, il nome e la statura politica a mio avviso sono importanti, da scegliere attraverso primarie aperte anche ai non iscritti che dichiarino di voler votare e sostenere il Pd facendo pagare una cifra non troppo ingente per esprimersi ai gazebo.

In secondo luogo, visto che è ormai assurdo parlare di un Pd autosufficiente se vuole davvero tornare ad avere la possibilità in futuro di vincere e battere la destra, gli aspiranti alla carica di segretario nazionale dovranno anche chiarire a quale politica delle alleanze ispirarsi.

Visto che il Movimento 5 stelle e il duo Calenda-Renzi non perdono occasione per differenziarsi e punzecchiarsi a vicenda dichiarandosi indisponibili a stare insieme in un “campo largo progressista”, è essenziale che chi tenterà di guidare il Pd indichi in anticipo rispetto alle primarie con quali forze politiche (ce ne sono altre nel centrosinistra) intende cominciare a dialogare immediatamente dopo l’elezione a segretario nazionale. Anche perché incombono elezioni regionali assai importanti in Lazio e in Lombardia.

(Massimo Mongardi)