Andrea Pagani

La rubrica letteraria, curata da Andrea Pagani, “Lo Scaffale della domenica”, dedica il mese di novembre ad un genere inedito per questa rubrica: il teatro. Fino ad oggi ci siamo occupati, infatti, di narrativa, ossia di vari generi di romanzo. In queste mese, invece, abbiamo deciso di proporre quattro capolavori del teatro, che naturalmente non intendono esaurire il discorso su un genere tanto complesso e diversificato come quello della drammaturgia, che ha una storia molto articolata, ma intendono semplicemente offrire qualche spunto di lettura, suggerimenti di quattro testi che hanno segnato una svolta nel teatro moderno. Buona lettura, dunque, col grande teatro!

Che la geniale rivoluzione operata da Luigi Pirandello abbia scardinato, in modo definitivo, i meccanismi interni della macchina teatrale, frantumando il rapporto fra attore e personaggio, fra pubblico e scena, è ormai un dato acquisito e maturato nella storia della letteratura, anche se, per la verità, son dovuti passare diversi anni prima che le sue novità fossero accettate e valutate come meritavano.

Tuttavia, è meno scontato e ovvio che l’eredità del teatro pirandelliano abbia raggiunto esiti estremi e abbia dilagato nel mondo, come in effetti è avvenuto: prova ne è il capolavoro del drammaturgo londinese Michael Frayn, Rumori fuori scena, la cui prima avvenne il 23 febbraio 1982 al Lyric Theatre di Londra e che vanta una numerosa serie di adattamenti teatrali e cinematografici (forse il più noto è quello diretto nel 1992 da Peter Bogdanovich, con Michael Caine, Christopher Reeve, John Ritter e Nicollette Sheridan).

Fin dall’apertura del sipario ci troviamo di fronte ad una situazione spiazzante: il cosiddetto “teatro nel teatro”, dove sul palcoscenico non assistiamo ad un situazione “finita”, con una struttura impostata e un copione consolidato, ma alle prove di recita di un altro testo teatrale, una sorta di work in progress che avviene, in diretta, sotto i nostri occhi, in cui una compagnia di attori sta mettendo in scena, appunto “provando”, le battute di un testo teatrale.

Per la precisione, la compagnia teatrale di Lloyd Dallas sta provando per l’ultima volta lo spettacolo Niente addosso di Robin Housemonger (in realtà un testo fittizio, che ricalca la trama di una tipica farsa americana).

La compagnia è composta da attori professionisti e non: Selsdon, attore di vecchia data con problemi di alcolismo; Dotty, amica di vecchia data di Selsdon e Lloyd, fidanzata con Garry, molto più giovane di lei; Frederick, sensibile verso ogni forma di violenza, reduce da un divorzio piuttosto burrascoso; Belinda, perfezionista e ficcanaso; Brooke, ex spogliarellista; completano la compagnia Tim, assistente di scena vessato per ogni mancanza, e Poppy, anch’essa infatuata di Lloyd, ed estremamente gelosa nei confronti di Brooke.

Le prove dello spettacolo (di cui si vedrà solamente l’Atto Primo) vanno avanti a rilento, a causa dei continui intoppi dovuti a problemi tecnici, alle continue sparizioni di Selsdon che si imbosca per bere o per schiacciare un pisolino, e agli intrecci amorosi e relazionali fra gli attori: Lloyd, in un crescendo di rabbia, si sfoga brutalmente con Brooke, facendola piangere, e causando la gelosia di Poppy.

Ma l’operazione di Michael Frayn si spinge alle estreme conseguenze, toccando sperimentazioni a dir poco vertiginose.

Dopo questo primo atto complicato, infatti, l’azione si sposta di un mese in avanti, quando lo spettacolo Niente addosso si è ormai affermato e sta viaggiando in molti teatri con grande successo, ma, ancora una volta gli spettatori non ne vedono la rappresentazione “finita”, nel riquadro rettangolare del palco, bensì ne fruiscono solo attraverso scene frantumate e disorganiche, dal punto di vista di Lloyd, che all’insaputa di tutti si è intrufolato dietro le quinte per avere un po’ d’intimità con Brooke e che si riporta spezzoni della famigerata (fittizia), mai conclusa, opera di Robin Housemonger.

In altre parole Lloyd, che nel frattempo a sua volta segue anche un’altra compagnia, con la quale ha messo in scena il Riccardo III di Shakespeare, è l’espressione dei cosiddetti “rumori fuori scena” che dà il titolo al libro di Michael Frayn.

Il fascino, a volte forse straniante dell’opera, è che ciò che viene proposto al pubblico non è una realtà fissa, stabile, ma i “rumori fuori scena” di quella realtà, un punto di vista esterno e dinamico, relativo e elastico, come a dire che la vita non ha contorni definitivi, una logica rassicurante ed esatta, una struttura comprensiva e ottimistica, ma che al contrario ci sfugge di mano, è sfaccettata e incontenibile, ingannevole e astrusa, poliedrica e frantumata: una trappola tragica che non lascia scampo.

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(Andrea Pagani)