Andrea Pagani

La rubrica letteraria, curata da Andrea Pagani, “Lo Scaffale della domenica”, dedica il mese di novembre ad un genere inedito per questa rubrica: il teatro. Fino ad oggi ci siamo occupati, infatti, di narrativa, ossia di vari generi di romanzo. In queste mese, invece, abbiamo deciso di proporre quattro capolavori del teatro, che naturalmente non intendono esaurire il discorso su un genere tanto complesso e diversificato come quello della drammaturgia, che ha una storia molto articolata, ma intendono semplicemente offrire qualche spunto di lettura, suggerimenti di quattro testi che hanno segnato una svolta nel teatro moderno. Buona lettura, dunque, col grande teatro!

Quale più grande soddisfazione, in letteratura, di imbattersi in un libro che fa riflettere col sorriso, che riesce a suscitare spunti e idee grazie ad una battuta comica?

Cosa c’è di più piacevole di libro che riesce a contaminare, in modo divertente, tradizione e sperimentazione, innovazione e classicità?

Un libro in grado di armonizzare, con indimenticabili acrobazie formali, internazionalità e provincia, aulico e dialetto, modelli narrativi europei e osservazione del microcosmo locale, respiro universale e una strizzatina d’occhio al bar dietro l’angolo?

È esattamente ciò che capita in un gioiello letterario, un prezioso capolavoro di arguzia e invenzione: La fondazione di Raffaello Baldini, un testo letto dall’autore stesso, un anno prima della morte, il 4 aprile del 2004, al Teatro del Mare di Riccione, e poi fortunosamente recuperato tra le carte dello scrittore e pubblicato postumo da Einaudi per l’ottima cura di Clelia Martignoni.

Appena mettiamo le mani su questa strana creatura siamo colti da una specie di capogiro, per la difficoltà – o meglio, l’impossibilità – di ricondurre il testo ad un genere, a quanto meno ad un canone della tradizione: commedia? pièce teatrale? prosa lirica? monologo interiore? racconto? short story?

A prima vista sembrerebbe un’opera destinata alla rappresentazione teatrale, nella misura in cui ci viene restituita una voce narrante che pare interagire col pubblico.

È la voce in prima persona di un bizzarro personaggio, un po’ buffo e bislacco, che colleziona ossessivamente gli oggetti più assurdi e che vuol dar vita ad una sorta di “Fondazione” per conservare memoria delle occasioni quotidiane, effimere e caduche.

Ma, ben presto, grazie all’inesauribile forza creativa di Baldini, le cose si complicano, o meglio si arricchiscono, e ci accorgiamo che il libro si stratifica di molteplici altri livelli. Anzitutto, manca un “contesto”, l’indicazione di un luogo, di una scenografia, di uno spazio fisico che dovrebbe far da cornice al fluido monologo dell’io narrante, e ciò immerge l’avvenimento, gradualmente, quasi inavvertitamente, in una dimensione metafisica, surreale, fuori dal tempo: la dimensione dell’interiorità, se non addirittura dell’inconscio.

Ci accorgiamo, d’un tratto, che il flusso di pensieri del protagonista, intimista ed evocativo, colloca la vicenda in una specie di simbolismo onirico ed ipnotico, fino a diventare, in fondo, il flusso dei pensieri di ogni uomo, lo specchio dei fantasmi e delle ossessioni di ognuno di noi.

Ma non finisce qui. C’è un altro aspetto, più evidente e vertiginoso, che conferisce all’opera di Baldini una forza d’urto conturbante, e allo stesso tempo profondamente ancorata al passato: la lingua.

Baldini, celebre poeta in dialetto romagnolo (il dialetto, per la precisione, di Santarcangelo di Romagna), pazientissimo e meticoloso revisore, con acribia da filologo, dei minimi dettagli formali (fonici, grafici, interpuntivi), capace, con un’espressione e un’ironia sottile e garbata, d’indovinare un’immagine e di catturare un aspetto del carattere, intreccia in quest’opera il suo dialetto romagnolo (proposto nella traduzione eccellente di Giuseppe Bellosi) a molte parti in italiano, in una spirale a rotta di collo, quasi un flusso di joyciana memoria, così da regalarci un affresco plastico e vivo, umano e onesto, di un personaggio seppur strampalato ed eccentrico, ma estremamente dolce e commovente, in cui ben presto emerge, assieme al suo ossessivo collezionismo di cose “inutili”, una crisi coniugale, l’abbandono della donna amata, la malinconia struggente per la fine di un amore.

S’insinua così, nelle pieghe ironiche del racconto, l’ombra di un malessere, una carezza dolente e malinconica, tipica dei protagonisti di Baldini, che ci emoziona, ci gonfia il cuore di commozione, ci intenerisce, dove la “fondazione” di una casa invasa da oggetti-cianfrusaglie diventa la chiara compensazione del dolore per la perdita della donna amata: il vano tentativo di trattenere le cose e i sentimenti che svaniscono.

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(Andrea Pagani)