Una manifestazione

Ancora un 25 novembre per dire No alla violenza. Ascolteremo, come ormai è consuetudine, dichiarazioni di solidarietà alle donne e manifestazioni di condanna per un fenomeno che non accenna a diminuire. Si contano i femminicidi ancora troppo numerosi ma ci sono le migliaia di donne che ogni giorno subiscono una o più forme di violenza (sessuale, fisica, economica, psicologica). Molto spesso fra le mura domestiche. Molto spesso ad opera di uomini con cui hanno o hanno avuto legami affettivi.  Non di rado alle violenze assistono i figli minori. E poi va considerato un ampio sommerso.

I dati

Conoscere il problema per affrontarlo. A tal fine servono informazioni con una rilevazione di dati che tenga conto della sua complessità. Dati che vanno letti, incrociati, interpretati per individuare politiche efficaci in grado di ridurre e prevenire i femminicidi e le diverse forme di violenza, rimuovendone le cause. Ma anche per proteggere e supportare le donne che decidono di uscire da un percorso violento nel corso del quale si presentano ostacoli non semplici da superare.

Fra l’1 agosto 2021 e il 31 luglio 2022 si sono verificati 125 femminicidi (1 ogni 3 giorni) di cui 108 in ambito famigliare affettivo (dati del Ministero dell’Interno). Ma ad oggi, da gennaio, sono 52 (fonte: femminicidioitalia.info). Le richieste di aiuto alle donne ai centri antiviolenza (CAV) sono state , nel 2020, 54.609, 3.964 in più rispetto al 2019. Nel 2021 vi è stato un incremento delle chiamate al numero nazionale 1522, in totale 36.036 pari al 13,7% in più rispetto al 2020. Il 1522 indirizza le donne che chiamano ai servizi  più idonei in base alle situazioni esposte. Nel 2021 il 68,7% è stato indirizzato a un servizio territoriale; di queste, il 90,1% (10.074) è stato inviato a un Centro antiviolenza, il 4,4% (492) alle forze dell’ordine e l’1,7% (190) alle case rifugio (dati ISTAT).

I centri antiviolenza sono 349 in Italia di cui quasi la metà al Nord. Le Case rifugio 284 di cui il 70% al Nord. In Emilia Romagna i CAV sono 22 di cui 15 del coordinamento della Regione gestiti da Associazioni autonome di donne con finalità di contrasto alla violenza e 7 di altra natura. Le case rifugio in Regione sono 40. I centri per uomini maltrattanti sono 44 a livello nazionale di cui 6 in Emilia Romagna (Ferrara, Forlì, Modena, Parma, Piacenza, Ravenna).

Per dati più recenti occorrerà attendere, ma proprio quest’anno è stata approvata la legge 153 del 5maggio “Disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere”. In sette articoli la legge detta i criteri, i tempi, traccia il sistema di rilevamento dati “al fine di  progettare adeguate politiche di prevenzione e contrasto e di assicurare un effettivo monitoraggio del fenomeno”. Sarà il Dipartimento per le Pari Opportunità ad avvalersi dei dati e delle rilevazioni con cadenza triennale affidate all’ISTAT e al Sistema statistico nazionale (SISTAN). Si istituisce così un sistema di rilevazione che coinvolgerà i Ministeri della Giustizia e dell’Interno, le strutture sanitarie pubbliche e le unità operative di pronto soccorso con approfondimenti sui servizi offerti dai centri antiviolenza e dalle case rifugio. Sull’applicazione della normativa, l’ISTAT integrerà la relazione annuale in Parlamento.

A livello territoriale da tempo si chiede l’istituzione di un osservatorio per la rilevazione di dati su criteri omogenei che ne garantiscano la comparabilità. Uno strumento anche di analisi e a supporto delle realtà che  se ne occupano. Le fonti sarebbero l’ASL, l’Asp, i due CAV imolesi, le Forze dell’Ordine. La prima richiesta di aiuto infatti può rivolgersi a uno di questi riferimenti. E già che le informazioni vanno fornite alla Regione e, con la legge recente, all’ISTAT dovrebbe essere più agevole la realizzazione. Un obiettivo ancora lontano a quanto pare, nonostante il secondo piano di contrasto alla violenza della Regione approvato nel giugno 2021 riservi un’attenzione importante alla raccolta di dati e informazioni. Un osservatorio locale sarebbe uno strumento utile a focalizzare il problema sul territorio dei 10 Comuni del Circondario per politiche locali efficaci ma anche a misurarne i risultati.

Un fenomeno complesso e strutturale

La violenza sulle donne è un problema strutturale. Lo sentiamo dire spesso dalle donne. Ma perché è strutturale? Perché è espressione di una cultura patriarcale fondata su stereotipi sessisti che nello spazio pubblico e privato alimentano e formano una mentalità che sancisce il potere del maschio sul corpo delle donne e sulla libertà di scelta dei loro percorsi di vita. Il possesso e la sua messa in discussione sono alla radice delle forme di violenza usate sulle donne. Nei decenni si è affermata una soggettività femminile che rivendica il diritto di decidere e di scegliere della propria vita. Se a questo cambiamento non corrisponde un modo diverso degli uomini di vivere e interpretare la propria virilità e identità  di maschio, non ci si libera dalla violenza. Non ci saranno rapporti affettivi e sociali basati sul riconoscimento reciproco della rispettiva integrità. Serve quindi una cultura che si fondi sulla parità di genere. Le donne hanno finora vissuto, e vivono, una condizione disuguale e di libertà limitata.

E’ strutturale perché aiutare le donne che subiscono violenza a uscirne e a intraprendere un altro percorso di vita significa in moltissimi casi affrontare problemi di soluzione non banale che si scontrano col sistema di mercato. Trovare una casa, un lavoro magari dopo una formazione adeguata, contare su un supporto economico che consenta di avviare un nuovo progetto di vita. Attivare politiche efficaci trasversali impatta dunque sul sistema e ha costi alti a carico della collettività, compresi quelli relativi ai servizi di accoglienza, in gran parte finanziati con risorse pubbliche. Occorrono azioni positive finalizzate al riequilibrio dello svantaggio e al superamento delle difficoltà. Non tutte hanno i mezzi per uscirne in autonomia e molti sono gli ostacoli che il sistema sociale ed economico presenta nella sua “normalità”. Si aggiungano le difficoltà e le sofferenze legate alla presenza di figli/e che assistono alle violenze, soprattutto se minori, impropriamente definita violenza assistita.

8 marzo 2020

Le donne spesso non sono credute

I limiti della cultura patriarcale e degli stereotipi che la esprimono si manifestano ancora di frequente nelle sedi giudiziarie. Approcci che tendono a sminuire le richieste di aiuto e le denunce riducendole a scaramucce famigliari suggeriscono l’esigenza di formazione costante degli/lle operatori/trici e di sensibilizzazione al superamento degli stereotipi di genere. Si concludono in molti casi con un invito alla conciliazione famigliare senza tenere conto che la decisione di denunciare matura dopo anni di violenze subite e con un percorso difficile di consapevolezza. Si considerano così alla stessa stregua la donna maltrattata e il compagno maltrattante rappresentando una condizione uguale che tale non è. Non sempre, quindi, le donne vengono credute il chè finisce per scoraggiare la richiesta di aiuto. Sono diversi inoltre i casi in cui le denunce di stalking non sono giovate a prevenire la conclusione tragica del femminicidio con la sottovalutazione, a volte, della pericolosità dell’uomo maltrattante. Il femminicidio avvenuto a Bologna nei mesi scorsi ne è un esempio. In altri la denuncia non ha prevenuto l’inflizione di lesioni permanenti. Occorre quindi chiedersi se le norme siano adeguate o siano correttamente applicate avendo presente l’urgenza dell’intervento richiesto. Un monitoraggio auspicabile dei risultati sarebbe utile per valutare l’attivazione efficace degli strumenti esistenti, sia normativi che di servizio.

Intanto Sabato 26 novembre a Roma si svolgerà la  manifestazione nazionale, partecipatissima, che da qualche anno la rete italiana #NonUnadiMeno promossa da D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) , la rete romana Io Decido e l’U.D.I. (Unione Donne in Italia) organizza per non abbassare la guardia su una piaga che è ancora la prima causa di morte delle donne.  Il corteo prenderà le mosse da Piazza della Repubblica alle 14.00.

 

(Virna Gioiellieri)