Andrea Pagani

La rubrica letteraria, curata da Andrea Pagani, “Lo Scaffale della domenica”, dedica il mese di dicembre ad un Centenario prodigioso: il 2022 infatti celebra quattro capolavori letterari che uscirono o furono scritti a distanza di pochi mesi, cento anni fa, nel 1922. Abbiamo così deciso di chiudere questo anno straordinario con quattro romanzi che hanno segnato una svolta nella letteratura mondiale. Buona lettura!

Il 26 ottobre 2022, ricorre il centenario dell’uscita di un capolavoro di Virginia Woolf, Jacob’s Room (“La stanza di Jacob”), pubblicato a Londra per i tipi della Hogarth Press, il terzo romanzo della scrittrice.

È un’opera folgorante, dalla scrittura ipnotica e avvolgente, d’una garbata elegante rivoluzione formale.

Al centro del romanzo troviamo la figura di Jacob Flanders, cresciuto sulle coste battute dal vento della Cornovaglia e, nonostante le sue umili origini, capace di entrare a Cambridge, di frequentare i circoli sociali più importanti e a diventare avvocato a Londra.

Ma ciò che irretisce, in quest’opera torrenziale (di recente ritradotta da Nadia Fusini per le edizioni Feltrinelli), che esce nello stesso anno dell’Ulisse di Joyce e dei primi volumi della Recherche di Proust, quindi (pur con infinite diversità e originalità) nel clima della rivoluzione modernista, è il ritmo delle sensazioni che la Woolf percepisce e riesce a rappresentare sulla pagine: il flusso di memorie, emozioni, mood, con cui viene messa in scena la storia di Jacob.

Fu la stessa scrittrice, in alcune pagine del suo diario, a confessare:

Ho sviluppato una mia filosofia, che mi consente un senso di libertà […]: scriverò un libro composto interamente e unicamente e integralmente di pensieri [dove] le vicende riguardano “stati di essere” e non di fare.

In effetti la grandezza spettacolare e intramontabile di questo romanzo consiste nel fatto di ricostruire la vita di un personaggio, dalla sua umile condizione iniziale, via via alla sua affermazione come avvocato nella city, fino al suo lungo soggiorno in Grecia, dove Jacob decide di perseguire la sua passione per l’antichità, non attraverso un resoconto realistico, non attraverso una cronaca naturalistica e neppure attraverso i ricordi dello stesso protagonista, come aveva fatto fino ad allora la narrativa sette-ottocentesca, ma addirittura attraverso memorie, emozioni, percezioni di altre persone, che vivono attorno a Jacob: la corrispondenza con la madre, le conversazione con un’amica, i pensieri delle donne che hanno affollato i suoi giorni.

Si tratta di un’autentica rottura rispetto ai toni tradizionali della scrittura, perché oltre a sovrapporre diverse voci narranti e punti di vista, oltre a declinare il racconto in molteplici stili (dall’elegiaco al drammatico, dal descrittivo al sentimentale), Virginia Woolf pone al centro una vita ordinaria, un uomo comune, una semplice esistenza con le sue fragilità e i suoi dubbi, le sue vulnerabilità e i suoi sogni, le sue illusioni e i suoi tripudi, le sue delusioni e i suoi fallimenti.

Un libro, in tal senso, molto democratico, perché racconta, alla resa dei conti, l’esperienza di ognuno di noi, dove i pensieri di vari narratori scivolano assieme alla ricostruzione oggettiva in modo quasi inavvertito, invisibile: entrano nel testo discretamente, senza evidenze e rotture chiassose, ma sottovoce, senza che il lettore quasi se ne accorga.

Un’opera che – come dice Nadia Fusini nell’introduzione – smonta la tradizione e apre un nuovo inizio.

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(Andrea Pagani)