Andrea Pagani

La rubrica letteraria, curata da Andrea Pagani, “Lo Scaffale della domenica”, dedica il mese di dicembre ad un Centenario prodigioso: il 2022 infatti celebra quattro capolavori letterari che uscirono o furono scritti a distanza di pochi mesi, cento anni fa, nel 1922. Abbiamo così deciso di chiudere questo anno straordinario con quattro romanzi che hanno segnato una svolta nella letteratura mondiale. Buona lettura!

Avete presente nei sogni, o meglio negli incubi, quando capita di vivere una vicenda con estrema precisione di particolari e di avere allo stesso tempo la lucida coscienza che si sta trattando, appunto, di una situazione onirica, grottesca, assurda, per certi aspetti mostruosa e allucinante? E vorreste uscire da quell’incubo, svegliarvi, ritornare nella dimensione della rassicurante verosimiglianza e del credibile?

Ebbene è ciò che capita nelle opere di Franz Kafka: la prima caratteristica che emerge con evidenza è la precisione, la minuziosa attenzione al dettaglio, siano persone, oggetti, ambienti. E tuttavia la pagina trasuda di un’atmosfera straniante, visionaria, anche piuttosto spettrale, perché la realtà che descrive Kafka è gravida di aspetti simbolici, sommersi, estremamente oscuri ed inquietanti, come guidare di notte su una strada di montagna immersa nella nebbia.

In particolare, c’è un romanzo, scritto cento anni fa, nel 1922, e pubblicato nel 1926, quindi un romanzo postumo (come quasi tutti i libri di Kafka, che aveva lasciato come disposizione testamentaria all’amico Max Brod di bruciare tutte le sue opere), che molti ritengono il suo libro più maturo e definitivo, denso di riferimenti oscuri e allegorici, Il castello: un libro che condensa in modo emblematico i temi e le suggestioni dell’intera produzione kafkiana.

Al centro della trama vi è l’agrimensore K., i cui compiti professionali non sono mai chiariti nel corso di tutta la storia. Egli è stato chiamato per un lavoro in un castello sopra un’altura, sede dell’amministrazione e del governo del villaggio, innevato e senza nome. Klamm, uno dei funzionari dell’irraggiungibile castello, è l’unico mediatore con cui K. può sperare di entrare in contatto per ricevere informazioni sulle proprie mansioni e sulla propria permanenza in un villaggio che gli si dimostra immediatamente ostile e incomprensibile.

Eppure, come il castello che rappresenta, anche Klamm è sfuggevole e enigmatico. Solo Frieda, cameriera di una locanda, si avvicina all’agrimensore e lo elegge a proprio compagno di vita, lasciandosi alle spalle le precedenti ambigue esperienze. Entriamo così, ben presto, nella dimensione dell’assurdo, di un’agghiacciante tragedia, dove il protagonista, evidente allegoria della condizione umana, è immerso in un incubo, reso ancor più inquietante dal fatto di essere immotivato e insensato, incomprensibile e ingiusto.

Un meccanismo paradossale e inesorabile schiaccia l’agrimensore, la cui vita è un susseguirsi di disperati tentativi per capire la logica misteriosa che governa la legge, le dinamiche della società, i principi del castello: ma ogni tentativo si conclude con la sconfitta; il «varco» (per usare una simbologia di Montale) non è possibile; le leggi del sistema restano incomunicabili.

Da questa incomprensibilità e inaccessibilità della legge deriva tutto il ventaglio del dramma dell’agrimensore: la solitudine; l’impossibilità di stabilire un rapporto di adesione con gli abitanti del villaggio; la consapevolezza della propria condizione di escluso, di forestiero, di outsider; lo stato di alienazione e di annichilimento; il senso di soffocamento rispetto ad un sistema che schiaccia, ad una legge incomprensibile che stritola e intrappola.

Un libro geniale, stratificato, aperto a infinite interpretazioni, costruito su una prosa perpetuamente in movimento tra lunghe deviazioni paradossali e incisivi ritratti di realtà, per fondersi in un’unità incomprensibile come l’oscillare di un pendolo, dove il castello diventa non solo il simbolo supremo dell’estrema autorità giudicante, ma anche il filo di una matassa invisibile che tiene i fili delle marionette soccombenti, gestite e torturate da un’intelligenza superiore.

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(Andrea Pagani)