Andrea Pagani

La rubrica letteraria, curata da Andrea Pagani, “Lo Scaffale della domenica”, dedica il mese di dicembre ad un Centenario prodigioso: il 2022 infatti celebra quattro capolavori letterari che uscirono o furono scritti a distanza di pochi mesi, cento anni fa, nel 1922. Abbiamo così deciso di chiudere questo anno straordinario con quattro romanzi che hanno segnato una svolta nella letteratura mondiale. Buona lettura!

Migliaia di pagine hanno tentato di descrivere la potenza rivoluzionaria dell’Ulisse di James Joyce (consacrato in Italia nella recente edizione critica Bompiani, a cura di Enrico Terrinoni), un libro che ha dato vita ad un nuovo inizio e nei confronti del quale – è stato detto – dobbiamo ancora imparare ad essere contemporanei, nel senso che è un libro un passo sempre più avanti di noi, un po’ come la Commedia di Dante.

Eppure c’è un aspetto che, con ogni probabilità, non finisce mai di affascinarci, ogni volta che lo prendiamo in mano: il suo carattere profondamente “democratico”, come mai era stato sperimentato fino ad allora, perché al centro della scena narrativa emerge un uomo comune, everyman, un personaggio qualunque, un eroe che è il perfetto esempio di un anti-eroe.

In effetti, il personaggio che occupa maggior spazio nel libro (attorno a cui, come vedremo, ne gravitano altri due, non meno importanti) è Leopold Bloom, un agente di pubblicità che lavora per un giornale di Dublino, l’Evening Telegraph. Nelle circa mille pagine del romanzo (o meglio, novel, come volle precisare l’autore) si ricostruisce una giornata qualsiasi di Leopold, il 16 giugno 1904 (giorno in cui James Joyce fece la prima uscita con la donna della sua vita, Nora Barnacle), dalle 8 di mattina alle due di notte circa.

Attorno a Leopold si muovono altre due figure fondamentali, di cui vengono ricostruiti i movimenti non solo fisici ma anche mentali: il giovane insegnante Stephen Dedalus, spavaldo e ribelle, che vive nella Torre Martello nella baia di Dublino assieme ad altri due giovani; e Molly Bloom, la moglie di Leopold, che durante la giornata attende a casa il marito, tradendolo con Hugh “Blazes” Boylan, eppure intimamente fedele e legata a Leopold, come emerge nel flusso di coscienza dell’ultimo episodio.

Eppure, attorno a questi tre personaggi, che sono le controfigure dei personaggi mitologici omerici (Ulisse, Telemaco e Penelope, quindi Padre, Figlio, Madre) e che in qualche modo simboleggiano tre condizioni e stati dell’esistenza (l’uomo adulto, positivo, cauto, concreto ma anche timido e curioso; il giovane idealista alla ricerca di valori spirituali; l’essenza della natura femminile, materna e sensuale), scalpitano decine di altri personaggi, la gente comune di Dublino, una dinamica e frastagliata folla dalle molteplici sfaccettature e dai contorni variegati, tant’è che – è stato detto – forse il vero protagonista del libro è la città, col suo rutilante traffico e con i suoi vertiginosi incroci.

Ogni considerazione dei personaggi del romanzo deve infatti partire dalla dichiarazione di Joyce (nella lettera a Carlo Linati del 21 settembre 1920) che l’Ulisse è l’epica del corpo umano: i personaggi cioè sono vari aspetti di un’unica figura, nelle sue infinite sfumature.

E da qui si arriva, per l’appunto, alla potenza esplosiva del linguaggio.

Ulisse è davvero la babele delle lingue (operazione che verrà portata alla estreme conseguenze nel Finnegans Wake), una strepitosa mescolanza di stili e forme espressive, che non vuol essere certo una dimostrazione esibizionistica della profonda consapevolezza da parte di Joyce del mezzo espressivo, ma vuol essere invece, ancora una volta, la metafora del Tutto, l’allegoria dell’universalità: così come Ulisse è l’epica del corpo umano, si potrebbe a ugual ragione dire che è anche l’epica del linguaggio, un’esplorazione attenta e accanita di ogni sua possibilità.

In tal senso, il capolavoro di Joyce segna la consumazione definitiva dell’esperienza letteararia realistica, e ancora di più romantica e post-romantica, la crisi della tradizione narrativa occidentale, nel senso che Ulisse realizza in chiave dissacrante, eroicomica, rivoluzionaria un’operazione di demolizione della struttura naturalistica, che intendeva il romanzo in una sua linearità e oggettività consequenziale, ed entra con incisività nel movimento ondivago del pensiero dei personaggi.

Ma non si tratta, certo, di una sterile manifestazione di abilità stilistica.

Il cammino dell’ebreo dublinese, esule e curioso, Leopold Bloom nelle strade di Dublino, simboleggia, come un Ulisse nelle sue peregrinazioni avventurose, il cammino della vita di ogni uomo, il viaggio dell’esistenza alla caccia della propria identità, la ricerca ideale di un figlio (Stephen) e dell’amore (Molly), una proiezione non solo dell’autore in età diverse, ma un’immagine archetipica e universale dell’Uomo: Bloom, Stephen, Ulisse sono l’Umanità, nella sua totalità e assolutezza.

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(Andrea Pagani)