Ultimo tango a Parigi“. Cinquant’anni! Era l’ottobre 1972 quando lessi (mi sembra di ricordare sulle pagine de L’Espresso allora formato “grande” come la qualità del giornale) alcune righe di critica scritte da una certa Kael (non ricordo il nome) allora un riferimento sicuro al % per quanto riguardava la critica cinematografica e non solo sulle pagine degli States, che definì il film altamente rivoluzionario come “La Sagra della Primavera” di Stravinskij lo era stato per la musica. Nella mia evoluzione musicale mi ero appena avvicinato al pezzo qui sopra nominato (dopo aver percorso le colonne della musica dal 1700 ai primi del novecento) rimanendone folgorato e non volli perdermi una delle prime proiezioni.

La storia la conosciamo: la scena di sodomia a base di burro, i cuori puri in alto e la condanna al rogo per indecenza. I poveri “bacchettoni”, come sempre accade, avevano visto nel film solo quella breve sequenza scandalosa (per loro, allora, oggi su internet si trova ben altro e gratuitamente) non riuscendo a vedere un centimetro oltre il proprio naso.

Eppure, quella strana coppia formata da una giovane ragazza e da un attempato signore, chiusi nel silenzio di una stanza, incapaci di comprendere, loro stessi, del perchè si trovavano proprio lì e perchè non riuscivano ad uscirne. Ad uscirne se non nella morte di uno di loro. Due generazioni destinate a incontrarsi e scontrarsi, in assenza di un vero dialogo anche solo parziale ma inconsapevoli di quanto li attendeva. Fuori di lì, da quella stanza, dove se ne stavano “protetti” da quei muri e da quella finestra aperta sulla terrazza dalla quale non si vedeva se non il nulla tutto attorno.

Eppure, indimenticabile, la scena di Lui, colpito a morte, che osserva per l’ultima volta il cielo azzurro di Parigi, si toglie di bocca il chewing-gum, lo appiccica sul parapetto del terrazzo e si accascia con quelle ultime parole : “I figli, … i nostri figli”.

Già, i nostri figli. Collocando nel tempo la pellicola, ancora freschissimo il Sessantotto, appare chiaramente un testamento: distruggete tutto, anche chi vi ha preceduto in infamia e lode. Non vi resterà nulla. Anche dentro. Una decina di anni prima, Antony Burgess (era il 1962) dava alle stampe Arancia meccanica e nel 1971 nelle sale il film di S. Kubrick. Ritengo corretto e doveroso menzionare le tre opere nello stesso contesto: un messaggio profondamente anticipante ciò che poi sarebbe avvenuto nella nostra desolante realtà che, a tutt’oggi, non riusciamo a comprendere e che, impietosamente, ci attanaglia e ci costringe.

Un film da rivedere, possibilmente con occhi liberi da falsa ipocrisia per poi discuterne con amici. Possibilmente quelli veri.

(Mauro Magnani)