Andrea Pagani

La rubrica letteraria, curata da Andrea Pagani, “Lo Scaffale della domenica”, dedica il mese di dicembre ad un Centenario prodigioso: il 2022 infatti celebra quattro capolavori letterari che uscirono o furono scritti a distanza di pochi mesi, cento anni fa, nel 1922. Abbiamo così deciso di chiudere questo anno straordinario con quattro romanzi che hanno segnato una svolta nella letteratura mondiale. Buona lettura!

Uno degli errori più grossolani – ma purtroppo molto diffusi – in cui si può incorrere è di ritenere la Recherche di Marcel Proust un’opera “aristocratica”, ossia un’opera che, non solo per certe stilistiche, ma anche per ambientazioni e personaggi si occupa di una società mondana e nobile, sofisticata, poco vicina al mondo popolare, alle gente comune, all’uomo.

Non ci potrebbe essere malinteso più spropositato.

A leggerla con attenzione, infatti, Alla ricerca del tempo perduto mette in scena un personaggio (Je narrante, che non è da identificarsi con l’autore), lungo un percorso complesso di relazioni nei più variegati ambienti, in cui vengono messe a nudo le debolezze, le ipocrisie, le menzogne (a se stessi e agli altri) non solo del narratore, ma anche della moltitudine dei personaggi che lo circondano.

Di volta in volta, con un’analisi chirurgica e scientifica della psicologia degli uomini e delle donne, degli snob e delle nobildonne, ma anche dei camerieri e delle cocottes, con i loro alibi mentali e le loro ingenuità, coi loro inganni e le loro bugie, Proust smaschera i meccanismi che stanno alla base delle relazioni umane e sociali, mettendo in luce così le apparenze e le finzioni, e talvolta anche le meschinità, che spesso governano la nostra vita.

Non a caso, assistiamo nel corso dei sette volumi (un’imponente costruzione narrativa, simile ad una “cattedrale gotica”, come amava definirla l’autore) ad imprevedibili colpi di scena, a inaspettate trasformazioni, a spiazzanti metamorfosi del carattere, dei punti di vista, delle opinioni dei personaggi, il che non corrisponde a ciò che tradizionalmente si chiama “romanzo di formazione”, ma che, in questo caso, intende rappresentare i mutamenti che si producono negli individui quando sono mossi, per l’appunto, da doppiezza e ambiguità.

Ma il genio di Proust va oltre.

Perché l’autore «non si erge a giudice e non pone i personaggi sul banco degli imputati, ma si diverte a raccontarci delle loro/nostre/sue automistificazioni» (Stefano Brugnolo), creando, da un lato, un irresistibile effetto comico nel momento in cui squaderna le loro simulazioni, e, dall’altro lato, riuscendo in un progetto di prodigiosa universalizzazione, perché alla resa dei conti ogni lettore si riconosce in quei personaggi, con le sue vulnerabilità e i suoi difetti.

C’è una straordinaria potenza di empatia e di umanità nelle pagine di Proust, non solo perché sono capaci – come è stato detto – di «scendere negli inferi dell’interiorità umana», ma anche perché sono pagine che raccontano dell’accidentato e imperfetto cammino che ognuno di noi compie durante la vita, senza giudizi o sentenze definitive, ma con una abbraccio di solidarietà e comprensione.

In tal senso, Proust aveva una concezione comunicativa e sociale, potentemente etica della letteratura, come l’arte che potesse accomunare tutti gli uomini in un fraterno affettuoso destino. Ed è per questo, con ogni probabilità, che è uno degli autori fra i più amati, un autore che riesce a calamitare attrazione e interesse, non solo fra studiosi e critici, ma anche fra gente comune, che si rispecchia nel suo intramontabile capolavoro.

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(Andrea Pagani)