Imola. Ho un appuntamento con Riana Rocchetta al bar Giardini, la mattina del 19 dicembre. Mentre cerco un tavolino, dal cielo inizia a cadere qualcosa di bianco. In molte/i ci precipitiamo fuori. Io sempre speranzoso che sia la biblica manna mentre qualcuno forse vagheggia cocaina. In ogni caso è solo poca, banale neve.

Dunque l’intervista inizia senza segni premonitori dal cielo. Se poi sia comunque leggibile non lo decido io ma voi che in questo momento mi guardate.

Mi interessava intervistare l’imolese – «da sempre» – Riana Rocchetta perchè i suoi racconti (del cosiddetto genere fantastico) stanno vincendo molti premi. A me piacciono e infatti alcuni li ho messi in passato sul mio blog. Ma allora c’è conflitto di interessi? Sto intervistando un’amica per farle pubblicità? Alle spalle dell’incolpevole «Leggi» che mi pensa come un giornalista serio.

A essere sincero non sono amico di Riana Rocchetta, l’ho frequentata occasionalmente. Mi intimidisce molto: il modo di parlare e di vestire ma anche i suoi lunghi sguardi (lì potrebbe entrarci una miopia forse). Però con la scusa dei racconti le parlo volentieri e da ex giornalista serio (ora in pensione) ho preparato anche una bella lista di domande, ma poi – si sa – la conversazione prenderà altri sentieri.

«Sono imolese ma ho frequentato poco la città, tranne che da giovane. Sono girellona per piacere e per il mio lavoro artistico. E poi forse è stretta per chi vuole muoversi dalle parti della ricerca culturale. Che poi non sto mica dicendo di essere Frida Kahlo, vado in giro con le mie creazioni artigiane, faccio un po’ di mostre e amo realizzare installazioni concettuali. A dirla tutta penso che oggi l’arte concettuale sia l’unica sensata».

Immaginatevi ora l’intervistatore che sghignazzando dice «una montagna di soldi, allora?» ma se ne pente subito perchè Riana Rocchetta lo fulmina con lo sguardo-trapano.
«Quasi zero i soldi. Però finisco in qualche museo italiano e altrove. Per la “giornata di san Giorgio” che in Spagna è dedicata ai libri mi ritrovo a creare in pubblico fra artisti spagnoli e non, Ho realizzato filmati attorno alle “Città invisibili” di Italo Calvino. All’origine per me c’è il Dams di Bologna con tesi in “drammaturgia della memoria” ma questo è meglio che non lo dica…»

E invece questi strani segnalibri? (Chi sta leggendo … guardi l’immagine sopra)
«Credo che il progetto “QR books” rappresenti una sintesi della perenne confusione che ho in testa. Prima c’era la ceramica , poi mi butto nelle installazioni di arte concettuale a tema “libro”. Scrittura e tecnologie. Perché no? Mischio tutto e metto il libro dentro il segnalibro. Porcellana duepuntozero. Il funzionamento è semplice: inquadra il QR code con il telefono e leggi il racconto. Li sto vendendo in giro, al solito da sola senza sponsor…».

Ecco gli sponsor. Tu all’anagrafe eri registrata come Tabaglia, finchè una nota acqua minerale non ti offre un contratto se cambi il cognome. L’intervistata non gradisce la battuta ma dopo un’altra occhiata-siluro risponde.
«Guarda se dovessi scegliere una marca preferirei Levissima anche se il mio stile più che lieve è… terribile ma con leggerezza. E’ lo stile di famiglia. Siccome le vite degli esseri umani sono tragiche è meglio riderci su ma con punte sovversive, quell’antico e sano odio verso i borghesi. Capisci? Se esiste un dio ubriaco dovremmo chiedergli conto dei casini che ha combinato creandoci e in caso contrario ridiamoci su».

Veniamo alla scrittura: sono le storie che cercano te?
«In un certo senso sì, Ascolto una parola o mezza frase e per qualche motivo mi colpisce. Continuo a ripeterla nella mia testa come un jingle, un ritornello. E il seme inizia a germogliare».

Due esempi?
«Qualcuno mi disse Halloween e la mia testa partì per la tangente. In un’altra occasione fu la banale parola “sesso” che mi costrinse a scrivere un racconto umoristico».

Hai sempre scritto?
«Sì, ma intorno alla mia pancia. Poi ho incontrato la mia Musa che iniziò a vendermi gnomi ma questa cosa non si può dire in un’intervista. Comunque di lei, intendo della Musa, dovevo scrivere: è venuto fuori un racconto perchè il reportage non è nelle mie corde».

Romanzi mai?
«Dipende dall’autostima. A volte penso di non valere 2 righe, figurati un romanzo. Il fatto è che io non sono attrezzata per questo tipo di società, insomma non mi daranno la pensione. A un certo punto della vita fare la rivoluzione mi sembrava una buona idea».

Io so che stai mentendo, qualcuno mi ha confidato che hai un romanzo pronto.
«Beh sì ma anche quello si è scritto da solo. E’ fantasy o forse realismo magico: 150 pagine, già pronto per farne una serie televisiva. Sulla tv scherzo ma in effetti la mia autostima di recente è salita… da quando vinco premi a cascate. Chissà se sono migliorata io in qualche modo, oppure – che ne so – hanno cambiato le giurie. Prima non vincevo, anzi non passavo neanche le semifinali».

E se l’intervista finisse qui?
«Intendi senza colpi di scena o campane che suonano? Ci sto».

(Daniele Barbieri)

Il racconto di Natale di Riana Rocchetta >>>>