Non ricordo quante volte ho percorso questo sentiero. Questo bellissimo sentiero. Mi affascina sia il percorso, che sembra perdersi tra la macchia mediterranea di prima collina, sia la meta che, da sempre, amo raggiungere.

E poi il silenzio! Mi raggiunge solo il rumore dei miei passi, ora sordo sulla terra battuta ora più ardito sulle pietre di questo antico tracciato.

Non conosco con precisione la nascita del tracciato, con buona probabilità deve trattarsi di un antico sentiero tracciato da pastori o da guardiani di mandrie che accompagnavano quassù piccole mandrie o greggi, per poi essere ampliato, rinforzato qua e là e pure meglio rifinito con distesa di ciottoli e pietre per meglio ripararlo dalla pioggia e da altri eventi atmosferici quando si decise di costruire quassù la piccola cappelletta che ora mi attende nei pressi della cima.
Che poi di cima vera e propria non si tratta, ma di un lieve avvallamento che consente riposo prima di raggiungere la vera e propria sommità di questa aspra collina.

Ma sono quasi arrivato alla meta: ricordo questo aspro tornante che mi porta via quanto è ancora rimasto del mio scarso respiro, molto carente causa pigrizia e rinuncia. Dovrò ripensarci, già, si dice sempre così, poi …
Ah! Eccomi arrivato: distinguo il tetto della chiesetta, a volta come si conviene per le costruzioni sacre di quel tempo, ora appena visibile tra le chiome degli alberi.
Ma ecco la piccola sorgente che anticipa il pianoro. Chiare, fresche, dolci acque deve aver scritto qualcuno da qualche parte, ora non ricordo bene. Ma non importa: il gorgoglio della caduta dell’acqua mi allieta e pregusto una sana e dovuta rinfrescata. Non c’è nulla di meglio di una fresca sorsata d’acqua quando si ha sete, di quella vera. Ancora pochi passi ed … eccola!

Nulla al confronto delle bellezze e dell’importanza delle costruzioni e dei palazzi del paese qua sotta, ma questo luogo ha l’immenso valore di appartenenza. Si, sembra proprio essere solo tuo, per il semplice fatto che quando vi giungi sei sempre solo, mai che abbia incontrato anima viva, mai che vi abbia riscontrato tracce di presenza: il luogo sembra appartenere solo a te. E non è poco.

Poi, il silenzio, che quassù sembra ancor più teso, tangibile, profondamente godibile. Devo essere sincero, almeno con me stesso: più della piccola chiesa, o meglio di ciò che ne è rimesto, salgo quassù per la panca di marmo che ora mi trovo davanti: un unico pezzo di granito forgiato dalle mani di chissà quale artista o scalpellino che deve aver lavorato non poco di braccia e di sudore per definire queste brevi linee di seduta. Poi il tempo ha fatto il resto ammorbidendo e smussando il tutto, fino a rendere la seduta quasi morbida e dolcemente confortevole.

Capperi! La muratura della piccola cappella ha ceduto qua e là agli insulti del tempo che passa e chi vuoi che salga quassù per un anche pur minimo restauro o rifacimento: … si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Tutto finisce e tutto si dimentica o dimentichiamo.

Che pace. Che silenzio tra questi alberi, su questo marmo mirando queste vecchie pietre che pur non hanno molto da dire: una piccola facciata, una porta ad arco appena contornata da ritorni e rilievi, due piccole finestre, pure arcuate ai lati e un tetto semplicissimo, a due spioventi. Semplicemente essenziale.

Eppure … Mi scopro a rimirarla come mi trovassi di fronte ad un’opera d’arte mentre, al contrario si tratta della semplicità fatta cappelletta.
Ma, ora che guardo meglio, proprio davanti alla porta di ingresso mi sembra di scorgere una pietra che anticipa l’ingresso.
Ma non ha senso, nessun senso: una sorta di piccolo e quasi inopportuno sagrato destinato ad anticipare la semplicità del tutto.

Abbandono l’ozio e il riposo sopra la seduta di marmo e mi avvicino alla piccola facciata: non ricordo assolutamente che anticipando la porta d’ingresso fosse piazzata questa lastra di marmo, o forse travertino. E pure di dimensioni notevoli: decisamente più larga di un metro e lunga almeno il doppio.


La saggio col piede e quando la batto con la suola dello scarpone avverto un suono di vuoto, di cavità nascosta al di sotto della pietra: Possibile? Che vi sia qualcosa qua sotto? Una sepoltura? Non può esservi altro.
E sono certo di non averla mai vista prima, pure quella volta che cercai di entrare all’interno della cappelletta tentando di forzare, in qualche modo, la misera e provata porta senza riuscirvi: avrei certamente scorto la lastra camminandovi sopra.

Batto ripetutamente la pietra con o scarpone: sotto c’è il vuoto. Senza riflettere un attimo sono in ginocchio davanti alla lastra, la mia mano destra sta già cercando, nella tasca esterna dello zaino il mio coltello preferito che porto sempre con me: quello con il manico rosso, impugnatura larga un apio di centimetri in grado di ospitare innumerevoli attrezzi (che non ho mai usato ma non si sa mai…) e una lama un po’ più lunga e affilata del consentito, ma chi volete che controlli un escursionista in passeggio tra boschi!

Libero la lama e cerco un varco tra il limite della pietra e la terra e, sorpresa, la lama affonda con facilità fino a raggiungere un ostacolo opportuno per un’azione di leva: la lastra cede e si solleva un poco.
Un poco fino al secondo tentativo di sollevamento che riesce appieno!
Eccomi tramutato in un anziano, ma ancor vigoroso, Indiana Jones che si trova difronte all’ennesima scoperta.

La foga mi prende e già le dita della mia mano destra stazionano sotto il bordo della lastra che, fortunatamente non sembra opporre troppa resistenza e neppure troppo pesante. Un dubbio: non starò facendo qualcosa di illegale? Una manomissione non permessa? Un gesto vandalico? Ma chi volete che venga quassù a guardare! A chi volete che interessi … non mi fermo neppure un attimo e mi scopro pieno di vigore mentre sollevo la pietra e la faccio cadere di lato a quella che senza dubbio alcuno una scala di pietra che conduce …

Immediatamente mi colpisce il puzzo derivante da un ambiente chiuso da molto tempo, molto umido e chiaramente disabitato da tempo.
La scala sembra scavata direttamente nella terra e i gradini sono ricoperti da lastre approntate alla meglio. Cinque gradini e l’oscurità mi nasconde il tutto.
Nuovamente mano allo zaino a cercare la piccola torcia a led che dovrebbe essere … C’è! Non mi soffermo a riflettere neppure un attimo sul da farsi, sulle eventuali conseguenze, i rischi possibili e sono già con i piedi nel terzo gradino a scendere.

La piccola torcia sembra funzionare a dovere e mi scopre tutto il percorso fino al fondo. L’ambiente non è più ampio di otto metri quadri e sembra scavato direttamente nella terra in quanto non vedo copertura di sorta alle pareti. Sul fondo, opposto alla scala di accesso, un’immagine ricopre l’intera parete e sembra, anzi è, un affresco smile alle pale d’altare del ‘400: un grande dipinto sovrasta alcuni riquadri che illustrano le scene di contorno.

L’immagine principale raffigura una scena campestre, con alberi i cui rami sono colmi di frutta e a terra erba che sembra curata e fiori di ogni tipo; appoggiato al tronco in primo piano un uomo vestito di bianco (?) sembra gioire della scena tanto luminosa e serena.
Guardo meglio e osservo che nella mano destra trattiene quella che sembra essere una piccola mazza biancastra, con la parte terminale tagliata in quattro facce come predisposta ad un incastro.

Sotto, quattro immagini: la prima rappresenta un uomo ricco (è attorniato da sacchi d’oro e di pietre preziose) mentre scaccia in malo modo un pezzente che tende il braccio a chiedere l’elemosina, nel secondo riquadro una scena di battaglia con cavalieri e fanti armati e minacciosi che sembrano sconfiggere altri fanti e cavalieri: un particolare interessante lo osservo negli sguardi dei contendenti, accigliati e rabbiosi gli uni e gli altri; a seguire l’immagine di una persona sdraiata su di un grande letto che appare come assistita da uno stuolo di medici e, poco distante e sdraiato a terra, una figura seminuda e strisciante, magrissima ed emaciata che sembra chiedere assistenza tra l’indifferenza sia dei medici che del paziente sul letto; la quarta e ultima mostra una città colpita da una tempesta devastante, da un lato invasa dalle onde del mare che appare in piena burrasca epocale e dall’altro sferzata da un vento che abbatte alberi, pali e capanne. Una piccola apocalisse: piccola l’immagine ma devastante l’evento.

Non avevo notato, appena sotto i riquadri, un foro del diametro di cinque o sei centimetri e, appena sotto e appoggiato al terreno … Raccolgo l’oggetto: un bastone di marmo finemente lavorato lungo una quarantina di centimetri e il fondo lavorato a forma quadrata che assomiglia a quello raffigurato nell’immagine principale.

D’istinto ne comprendo l’uso per il quale è demandata questa sorta di chiave: cerco di inserirlo nel grande foro e scopro che vi entra facilmente e ne raggiungo il fondo incastrandola perfettamente.
Non occorre altro: tutta la scena raffigurata sulla parete sembra muoversi mentre io arretro quasi conscio di aver combinato un bel guaio e mi arresto con le spalle appoggiate alla parete opposta, di fianco alla scala a mezzo della quale sono sceso.

I colori delle quattro immagini sembrano sciogliersi e raggrupparsi in colate dove le varie tinte si confondono e si mischiano, mentre la grande immagine sovrastante sembra espandersi a coprire i quattro riquadri inferiori. Dopo pochi istanti una sola grande immagine resta a coprire la parete e, non so se vedo bene, ma sul volto dell’unico uomo raffigurato sembra essere spuntato un leggero sorriso, quasi di soddisfazione, di compiacimento.

Nulla resta del riccone e del povero, della cruenta battaglia in pieno svolgimento, dei due pazienti così diversi tra loro e della città devastata dalle intemperie. Un novello paradiso o forse … un antico paradiso perduto.

Signore! Signore! Guardi che si sta rovesciando tutta la borraccia nei pantaloni! Una voce mi sorprende e mi risveglia: mi sono appisolato sulla panca di marmo e la borraccia mi sta versando acqua fresca addosso.
Rimedio come posso e ringrazio tra sorrisi e cenni di saluto del ragazzo che mi ha risvegliato che si allontana.

Un sogno. Un sogno del quale non riuscirò più ad intravvederne la fine, ma … Mi alzo dalla seduta e mi avvio verso la piccola cappella e non scopro nessuna pietra davanti all’ingresso.
Cerco di constatare la consistenza di quanto ora sotto i miei piedi: terra, nient’altro che terra.
Un sogno. Mi giro, sorpreso e deluso e mi avvio al ritorno.

Laggiù, in fondo al sentiero, il mondo di sempre, quello costruito da tutti noi, da quelli che ci hanno preceduto e, temo, da quelli che ci seguiranno: scopro solo ora la drammatica realtà del mio sogno; ingiustizia, guerre, disparità devastante e la degna conclusione: la natura che si libera di noi, di noi che non abbiamo mai compreso l’importanza del necessario equilibrio, l’equilibrio dell’uomo con l’uomo e dell’uomo con la natura.
Inutile, perfettamente inutile cercare nello zaino la grande leva ad incastro capace, con un semplice reset di risolvere tuta la situazione. La leva è nelle nostre mani anche se non sappiamo di averla e non sappiamo usarla.

Già, se fosse così semplice!

(Mauro Magnani)

Un grande sincero augurio a tutti i nostri lettori dalla redazione di Leggilanotizia, per un anno ricco di emozioni, di affetto e di tranquillità.