Hai presente quando durante la settimana, nel pomeriggio oppure il sabato mattina, scappavamo in fretta e furia appena potevamo al negozio di musica? Si creava una corsa ai posti di ascolto liberi (avevano un nome? Non ricordo!). Postazioni composte da nient’altro che un paio di cuffie di dubbio funzionamento (quasi mai funzionavano sia la destra che la sinistra) attaccate alla colonnina dei cd.

C’erano quelle che passavano un solo album ed altre invece, le più ricercate, prevedevano la possibilità di cambiare cd. A ben vedere nessuno cambiava mai album, un po’ perché era l’epoca in cui si sentiva ossessivamente lo stesso disco per un certo periodo per poi lasciarlo impolverare scalzato da un nuovo colpo di fulmine; ed un po’ perché se ti allontanavi dalla postazione c’era sicuramente qualche ragazzo pronto a fregartela all’istante.

Allontanandoti dal negozio l’emozione prevalente era la tristezza per avere lasciato lì il cd o l’album o la cassetta, per non poter ascoltare una volta ancora il tuo prezzo preferito a meno che non lo passasse la radio. Restava allo stesso tempo la trepidazione per la prossima volta che avresti messo le mani e le orecchie sulla postazione ascolto.

La nostra percezione della musica è stata per lungo tempo rappresentata da un sopporto fisico, tangibile e desiderabile, non infinitamente disponibile, ma inscatolabile ed estraibile per un nuovo ascolto.

Un nuovo album era una cosa preziosa che valeva la pena attendere e trattare con la massima cura. Un’opera a cui prestare il massimo ascolto (il cd, o la cassetta, restavano nella radio in macchina o nel walkman finché non si sapeva a memoria ogni parola (nonché gli assoli di chitarra per gli amanti del rock). Per questo prezioso oggetto eravamo disposti a pagare un prezzo spesso cospicuo per le tasche di noi giovani, rinunciando spesso a una pizza o ad un’uscita al cinema pur di poter ascoltare il nuovo lavoro del nostro artista preferito.

Questi ricordi nostalgici sono riaffiorati grazie a “Canzoni da Intorto” di Francesco Guccini. Non esprimerò pareri sull’album, ma mi chiedo se Guccini, con la scelta di non rendere disponibili le nuove canzoni nelle piattaforme virtuali volesse anche ricordarci tutte queste sensazioni, e che la musica è una cosa importante.

Non voglio far troppo la nostalgica, ma ho sorriso al ricordo di quell’istantanea del mio passato, così in linea con la lotta al superfluo, alla ricerca del benessere psicofisico di chi, come me, ha deciso di licenziarsi per cercare una nuova professione più sostenibile e che contribuisca a rendermi felice.

Volevo solo condividere questa sensazione passata, riaffiorata casualmente, ma nemmeno troppo, grazie a una scelta bizzarra di un artista non certo di ultima generazione. No, non si stava meglio quando si stava peggio, però a volte fa bene ricordare cosa ci rendeva felici. In fin dei conti sono orgogliosa di appartenere alla generazione in grado di indovinare facilmente che rapporto intercorre fra questi due oggetti.

(Matilde Gulmanelli)