Egregio direttore,
le persone che, come il sottoscritto, possono al momento frequentare il parco Tozzoni solo in modo saltuario, visitandolo ora avranno la possibilità di fare un’esperienza sensoriale totalmente inattesa: al momento di approcciare l’ingresso del grande prato centrale, avranno l’impressione che un’astronave aliena proveniente da mondi lontanissimi, al momento di fare ritorno abbia abbandonato sul posto degli avanzi di tecnologie, in disuso ma di un certo effetto scenico: luccicanti tubi di acciaio, plastiche lavorate con perizia, pali metallici laccati di nero e, come richiamo al luogo fittamente alberato in cui ci troviamo, una colonna ritorta in legno lamellare, che cerca redenzione senza trovarla.

Parlo naturalmente di quei cosiddetti attrezzi ginnici che hanno divorato una fetta considerevole del bellissimo prato, deturpando in modo sconsiderato l’estetica del parco, senza alcun pensiero di riguardo verso l’anima originaria del parco stesso: l’unico in città che manteneva un contatto evidente con la propria storia ricca di alberi, prati, vialetti, panchine, oltre agli attrezzi del percorso vita, timidi al punto di confondersi con lo sfondo, e distanti anni luce dallo sfolgorio modaiolo di questi arnesi ottusi.

Una mancanza di attenzione, se non disinteresse, così palese verso l’anima di un luogo storico, fa pensare che i soli motori che hanno spinto alla scelta, siano stati il budget da sistemare e uno sguardo alla moda che fa tanto “trendy” e che vuole dare lustro al gestore del “progetto”, autoproclamatosi, in un elegante cartello, quale “modello virtuoso in Italia e in Europa” con un profluvio di “sinergie” e “competenze trasversali” le quali evidentemente, non contemplano competenze in ordine alla bellezza e armonia dei luoghi in cui decidono con arroganza di dare visibilità ad ogni costo alle proprie necessità di mercato.

(Lettera firmata)