Andrea Pagani

Per la rubrica letteraria “Lo scaffale della domenica”, a cura di Andrea Pagani, abbiamo pensato di aprire il nuovo anno con una corrente letteraria tutta italiana, forse ancora non del tutto esplorata e apprezzata: il Neorealismo, che si sviluppò fra gli anni ’30 e gli anni ’60 e che documentò, con infinite personali sfaccettature, le vicende storiche e sociali di quel tormentato periodo storico. Buona lettura!

È un elemento assai significativo che il romanzo Fontamara di Ignazio Silone sia uscito dapprima in lingua tedesca in Svizzera nel 1933, quando l’autore, esule e braccato dalle forze di polizia fasciste, s’era rifugiato a Davos, ad Ascona e a Zurigo (entrando in contatto, fra l’altro con l’architettura e il design d’avanguardia, grazie agli artisti della Bauhaus), e poi, solo alla fine della guerra, nel 1945, sia stato diffuso in Italia.

È un dato assai emblematico perché Silone, rielaborando in modo assai originale, addirittura in forme allegoriche, le suggestioni del nascente Neorealismo, ossia trasfigurando personaggi e situazioni in una dimensione immaginaria, quasi magica e fiabesca, racconta le ingiustizie e i soprusi che subiscono i “cafoni” (i contadini e il proletariato) dell’immaginario villaggio di Fontamara (in Marsica, vicino ad Avezzano, i luoghi dell’infanzia dello scrittore), tenuti in ostaggio, attraverso una secolare ignoranza, da una classe dominante sempre più brutale e parassitaria.

Il dato biografico e personale, molto forte in Silone, è risolto in forme metaforiche, mitizzato e sublimato in una chiave incantata, non di rado ironica, ma comunque sempre amara e dolente.

L’infanzia nella Marsica, lo spaventoso terremoto che il 13 gennaio 1915 mette in ginocchio il natìo paese di Avezzano e dove perdono la vita la madre e molti altri familiari dello scrittore, la conoscenza con don Luigi Orione che segue la crescita del giovane Ignazio e lo avvicina non solo ai temi della spiritualità e della religione ma anche a quelli civili e politici, l’impegno a fianco del partito socialista e comunista (allineato alle posizioni di Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci), l’odissea dell’esilio in tutta Europa, perseguitato dalla polizia fascista: sono tutti ingredienti che diventano prezioso materiale narrativo, riverberati in forme talvolta favolose ed epiche, dove la lotta degli umili contro le ingiustizie di un potere tirannico si carica di connotazioni eroiche.

Emblema di questa lotta è la figura di Berardo Viola, bracciante che giganteggia nel paese (non solo fisicamente ma anche per carisma), l’uomo più forte e robusto di Fontamara, che si oppone ai soprusi dei potenti: dapprima l’interruzione della fornitura di elettricità ed in seguito la truffa di far firmare ai cafoni una misteriosa “carta bianca” portata dal cavalier Pelino, un granduca della milizia del regime fascista, la quale si scoprirà essere in realtà l’autorizzazione a togliere l’acqua per l’irrigazione dei campi, indirizzandola verso i possedimenti dell’Impresario, un ricco trafficone legato al regime che ha ottenuto la carica di podestà.

Il tentativo di rivolta dei fontamaresi ed in particolare di Berardo Viola si conclude con l’arresto, le torture e l’uccisione in cella, che tuttavia genera, come risposta, da parte dei fontamaresi, la fondazione del “Che fare?“, un giornale in cui si denunciano i soprusi subiti e l’ingiusta morte del loro compaesano.

Così, nel giornale dei cafoni si consegna il messaggio coraggioso e provocatorio di Silone, l’esigenza di un riscatto, affinché l’estremo sacrificio di Berardo abbia un senso: l’invito ad un impegno militante che proprio in quel titolo (“Che fare?”) racchiude la ricerca di una nuova necessaria dignità, contro le ingiustizie «così antiche da sembrare naturali come la neve e il vento».

(Andrea Pagani)

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