Una serie di vicende recenti a proposito della crisi del settore tecnologico – dai licenziamenti di migliaia di dipendenti in Meta, al fallimento dell’azienda di scambio di criptovalute FTX, al caos in Twitter dopo l’acquisizione da parte di Elon Musk – ha fatto tornare di attualità riflessioni diffuse da tempo sui valori condivisi, sui modelli di business e sull’organizzazione del lavoro all’interno di diverse grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley.

Silicon Valley (Foto Wikipedia)

Alcune analisi si sono concentrate in particolare sui leader di queste aziende, diversi tra loro per tantissimi aspetti, ma in molti casi accomunati dall’essere considerati geni miliardari. E più o meno tutti apparentemente collegati da un certo approccio ingegneristico alla soluzione dei problemi.

Questa mentalità, guidata da metriche numeriche e algoritmi, ha favorito lo sviluppo di una cultura aziendale basata su equazioni matematiche, che negli ultimi 10 anni ha sicuramente stimolato innovazione e generato significativi profitti, ma che ha messo in luce anche diversi limiti e implicazioni, soprattutto a livello etico e sociale.

L’assenza di una cultura umanistica all’interno di quei percorsi, perlopiù incentrati sulle materie scientifico-tecnologiche, è considerata da alcuni commentatori una concausa dei limiti dell’approccio ai problemi all’interno delle aziende. Una consapevolezza della mancanza di criteri più filosofici, artistici e letterari, e meno ingegneristici, esiste peraltro all’interno delle aziende stesse, attestata da un’attenzione crescente da tempo verso i laureati in discipline umanistiche nei processi di assunzione.

Questo tentativo di diversificare e integrare le conoscenze diffuse all’interno delle aziende non ha tuttavia determinato cambiamenti sostanziali a livello dirigenziale. Ruoli apicali che in altri tempi erano accessibili a persone con formazioni di vario tipo, nel caso delle grandi aziende tecnologiche sono oggi occupati nella maggioranza dei casi da ingegneri le cui abilità e competenze sono largamente incentivate dal sistema scolastico e universitario, oltre che da quello economico.

Le riflessioni sarebbero tante, non penso affatto che ci siano troppi ingegneri e troppi pochi filosofi, ma credo che per riuscire a superare le sfide di un mondo sempre più complesso bisognerà dare spazio a tutti i tipi di conoscenze e capacità, mettendo in discussione culture aziendali che funzionano sempre meno.

Un dubbio sorge: i capi della Silicon Valley realizzerebbero i loro prodotti perché la loro istruzione incompleta li ha resi ostili ai valori condivisi.

L’istruzione è importante ma non è il solo fattore che modella i comportamenti: i leader di Google, Facebook e Amazon non rispondono alle lezioni apprese dai loro insegnanti quando stabiliscono la strategia aziendale, ma agli incentivi del mercato.

Ecco perché oggi è il momento di prendere in mano il concetto di “consumo critico, o consapevole, responsabile, etico”: i consumatori hanno una grande arma in mano per orientare le strategie del mercato.

Usarla sta diventando fondamentale!

(Tiziano Conti)