Andrea Pagani

Per la rubrica letteraria “Lo scaffale della domenica”, a cura di Andrea Pagani, abbiamo pensato di aprire il nuovo anno con una corrente letteraria tutta italiana, forse ancora non del tutto esplorata e apprezzata: il Neorealismo, che si sviluppò fra gli anni ’30 e gli anni ’60 e che documentò, con infinite personali sfaccettature, le vicende storiche e sociali di quel tormentato periodo storico. Buona lettura!

È un fatto molto emblematico che nel 1964, ripubblicando il suo Sentiero dei nidi di ragno, e riepilogando così l’evoluzione della narrativa resistenziale, Italo Calvino, con il suo abituale acume critico, tesseva le lodi de Una questione privata di Beppe Fenoglio, da poco uscito postumo, definendolo «il romanzo che tutti avevamo sognato […], il libro che la nostra generazione voleva fare […], e solo ora, grazie a Fenoglio, possiamo dire che una stagione è compiuta, solo ora siamo certi che è veramente esistita».

Senza dubbio, se Fenoglio, che in vita ebbe ben poche soddisfazioni editoriali (pubblicò solo tre libri) e la cui vera fortuna è tutta postuma, avesse letto le parole dell’amico Calvino, ne avrebbe gioito, anche perché in esse si riconosce il valore di un’opera (peraltro confermata, 4 anni dopo, con l’uscita de Il partigiano Johnny e infine nel 1978 con l’ottima edizione critica delle Opere, diretta da Maria Corti, in tre volumi e cinque tomi), la cui grandezza letteraria va ben oltre il tema della resistenza partigiana, ma che investe questioni, scelte stilistiche, respiro strutturale di portata universale, oltre i confini dell’Italia e della seconda guerra mondiale.

Conviene dirlo subito: Una questione privata è un autentico capolavoro, un gioiello di ritmo narrativo, di forza evocativa, di prosa lirica e ipnotica. Un romanzo rapinoso, dal movimento serrato e dalle atmosfere visionarie, dotato di una sorprendente potenza stilistica e immaginifica.

Narra le vicende di un giovane partigiano, del quale conosciamo solo il nome di battaglia, Milton, che è innamorato di una ragazza di alta borghesia, Fulvia, con la quale ha avuto una breve relazione nell’estate del 1942.
Fulvia, dopo quell’estate, era stata mandata dai genitori in una villa nelle vicinanze di Alba per sottrarla ai pericolosi bombardamenti aerei su Torino.

Il romanzo si apre con il vagabondare di Milton, assieme ad un compagno partigiano, nei pressi della villa dove s’era consumata la relazione con Fulvia: il protagonista rievoca gli episodi della sua storia amorosa attraverso flashback di intensa carica emotiva, che mettono in evidenza la natura del sentimento che univa i due giovani, tutto giocato su una profonda intesa mentale e intellettuale (gli stessi gusti letterari, le traduzioni di Milton dall’inglese, i dischi di musica moderna).

Così, il giovane, spinto dalla spirale dei ricordi, s’introduce nella villa e intreccia una conversazione con la vecchia custode, la quale gli rivela che negli ultimi tempi del suo soggiorno alla villa (mentre Milton era stato richiamato alle armi), Fulvia aveva passato molte ore con Giorgio Clerici, un ragazzo della buona borghesia di Alba, biondo ed elegante, seducente ballerino e ottimo tennista, per certi aspetti il tipo opposto di Milton.

Così, Milton, scosso da queste rivelazioni, in preda ad una gelosia sempre più ossessiva e violenta, si mette alla ricerca di Giorgio, anch’egli fra le fila dei partigiani, in una caccia precipitosa e affannata. Tuttavia, quando Milton scopre che Giorgio è stato catturato dai fascisti, si dedica ad una frenetica e folle ricerca di un prigioniero repubblicihino, presso le formazioni badogliane e comuniste, per ottenere uno scambio con Giorgio, e così la guerra partigiana non è più soltanto una guerra civile e politica ma diventa una “questione privata”: una questione personale, introspettiva, esistenziale, alla ricerca di una verità tutta intima ma allo stesso tempo universale, che tocca i problemi dei conflitti sentimentali, della gelosia, della condizione dell’uomo.

Ne esce un quadro molto originale della Resistenza, rappresentata in una chiave epica, ma non in un senso retorico e didascalico, non celebrativo ed encomiastico, ma molto complesso e drammatico: è come se l’autore volesse mettere in scena l’avventura dell’uomo nel mondo, dove la guerra partigiana assurge a simbolo eterno di una lotta contro la storia e contro il tempo, e dove l’occasione quotidiana diventa metafora collettiva e assoluta della condizione dell’uomo, nel suo essere combattuto fra le forze tempestose della natura.

Milton diventa una sorta di eroe cavalleresco, dotato della nobiltà e della grandezza del paladino contro le avversità del mondo, alle prese con peripezie e imprevisti, in una quête irta di ostacoli e in una peregrinatio disseminata di prove da superare.

Con una differenza, però, rispetto alla letteratura romanza, che è una differenza sostanziale: l’opera di Fenoglio non si conclude. Se la quête del cavaliere medioevale approda ad un successo, ad un tripudio (anche nella morte), ad un trionfo ideale (religioso, spirituale, etico), al contrario l’epilogo dell’avventura di Milton resta in sospeso, il che, forse, è peggio che giungere ad un esito infausto.

È questa l’eccezionale modernità dell’opera di Fenoglio, l’insuperabile grandezza di un disegno al tempo stesso problematico e commosso: il suo tenace radicamento ad una tradizione epica, picaresca, addirittura classica, ma con uno sguardo, lucido e amaro, spietato e dolente sul caos del mondo, che non si governa, non si padroneggia, né tanto meno si conosce.

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(Andrea Pagani)