Con questa rubrica, sfruttando gli anniversari di alcune ricorrenze storiche, ripercorreremo le tappe principali che segnarono il passaggio dall’Italia liberale a quella fascista.

Questa trasformazione, come si vedrà, avvenne con la più totale complicità ed accondiscendenza della Corona, che accettò ogni forma di soppressione dei diritti del proprio popolo.

Tra le pagine più buie del nostro Paese va indubbiamente inserita quella riguardante la mancata epurazione di personalità che durante il ventennio fascista ricoprirono ruoli chiave, passati indenni dalla Liberazione per poi ricoprire ruoli altrettanto di vertice in epoca repubblicana.

Tra queste non può non esser ricordata la figura di Gaetano Azzariti, nato a Napoli il 26 marzo 1881 e scomparso a Roma il 5 gennaio 1961.

Di professione magistrato, prima dell’avvento del fascismo assunse diversi ruoli nei Ministeri del Regno, sfruttando il suo ruolo e le sue competenze tecniche. Con la presa del potere da parte del regime, nulla cambiò per lui, anzi, nel 1927, fu nominato capo dell’ufficio legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia.

La chiamata che lo ha reso più noto avviene però nel 1938, all’indomani nell’emanazione delle leggi razziali. Dapprima aderisce al “Manifesto della razza”, arrivando a sostenere che “la diversità di razza è ostacolo insuperabile alla costituzione di rapporti personali, dai quali possano derivare alterazioni biologiche o psichiche alla purezza della nostra gente”. Azzariti viene quindi nominato Presidente del Tribunale della razza presso il Ministero degli Interni (competente a fornire indicazioni al Ministro stesso circa i soggetti in astratto assoggettabili alle leggi razziali), carica che ricoprì sino alla fine del fascismo monarchico.

Dopo il 25 luglio del 1943, viene scelto come nuovo Ministro di Grazia e Giustizia per il primo Governo Badoglio, per poi riprendere le funzioni all’interno dell’ufficio legislativo. Con la nascita della Repubblica è nominato capogabinetto direttamente dal Ministro di Giustizia Palmiro Togliatti (si dice che il segretario del PCI se ne servì quale unico strumento per cercare di mantenere i rapporti con la magistratura).

La carriera di Azzariti non finisce qui, anzi, trova poi la vetta massima quando nel 1955 approda addirittura alla Corte Costituzionale, prima come giudice e poi, dal 1957 sino alla morte, Presidente. Colui che aveva presieduto il Tribunale della razza, quindi si era in prima persona macchiato di quell’infamia, presiede l’organo preposto alla difesa della Costituzione antifascista.

Una vita quindi passata all’interno delle istituzioni, riuscendo a sapersi adattare ad ogni situazione possibile, sempre ricoprendo ruoli in prima fila.

(Andrea Valentinotti)