Andrea Pagani

La rubrica letteraria “Lo scaffale della domenica”, a cura di Andrea Pagani, dedica il mese di marzo ad alcuni capolavori del nuovo Millennio: quattro libri del nostro tempo, fra fine Novecento e inizio XXI secolo, che hanno segnato una svolta nella scrittura e nelle tematiche narrative.

Romanzo o saggio? Trattato o finzione? Critica o narrazione?

A volte per certi libri è difficile, per non dire impossibile, stabilire con precisione il genere di appartenenza, laddove la riflessione saggistica scivola in una narrazione di fantasia, in un’invenzione creativa, con uno stile ed un approccio che sono tipici del romanzo.

È il caso di un libro meraviglioso, il cui titolo è già tutto un programma, suggestivo e bizzarro, che dà la cifra del tono confidenziale, domestico e intimo con cui l’autore si pone nei confronti del lettore: Come Proust può cambiarvi la vita del filosofo svizzero Alain De Botton.

La curiosità di quest’opera sta proprio in un originale metodo di indagine, che diventa anche una forma stilistica, un veicolo per trattare questioni sociali e umane, ed infine una domanda cruciale: quanto può influire la letteratura nella vita dell’uomo?

O meglio: che valore e senso ha il romanzo nella società contemporanea?

Non è una domanda banale, perché nel mondo odierno, dove ogni fenomeno acquista importanza se diventa monetizzabile, se ne riconosciamo l’evidente implicazione economica e produttiva, in un mondo dove leggere sembra un’occupazione inutile, voluttuaria, edonistica, non è per nulla banale domandarsi, come fa Alain De Botton: Come Proust può cambiarvi la vita?

Ebbene, l’autore seguendo il filo di un percorso a metà strada fra il romanzo e il saggio, ossia commentando alcuni passaggi dell’opera di Proust dove si investigano le dinamiche di amore, gelosia, menzogna della vita dell’uomo e quindi offrendo spunto per un’avventura di conoscenza e di narrazione fantasiosa, ci suggerisce come trarre profitto dalla sofferta esperienza del grande scrittore francese: «nessuno meglio di chi è stato infelice può darci lezioni di quotidiana felicità, come avere un sacco di amici, come ridar vita a una liaison sentimentale che langue».

In altre parole, Alain De Botton ci fa comprendere quale straordinaria utilità detiene, oggi più che mai, quell’occupazione apparentemente inutile della letteratura.

Osserva, giustamente, un altro grande scrittore, Mario Vargas Llosa, che un’umanità senza romanzi, non contaminata di letteratura, somiglierebbe molto a una comunità di balbuzienti e di afasici, tormentata da terribili problemi di comunicazione causati da un linguaggio grossolano e rudimentale. Una persona che non legge, o legge poco, o legge soltanto spazzatura, può parlare molto ma dirà sempre poche cose, perché per esprimersi dispone di un repertorio di vocaboli ridotto e inadeguato.

Ma attenzione: non è un limite soltanto verbale.

È anche un limite intellettuale e dell’orizzonte immaginativo, un’indigenza di pensieri e di conoscenze, perché le idee, i concetti, mediante i quali ci appropriamo della realtà esistente e dei segreti della nostra condizione, non esistono dissociati dalle parole attraverso cui li riconosce e li definisce la coscienza. S’impara a parlare con precisione, con profondità, con rigore e con acutezza, grazie alla buona letteratura, e soltanto grazie a questa. Parlare bene, disporre di un linguaggio, ricco e vario, trovare l’espressione esatta per ogni idea o emozione che si voglia comunicare, significa essere preparati meglio per pensare, insegnare, imparare, dialogare e, anche, per fantasticare, sognare sentire ed emozionarsi.

Su questo snodo di idee, si muove il libro di Alain de Botton che, con la verve del miglior umorismo inglese, e insieme una profonda sensibilità umana, ci presenta un gigante come Proust nella sua veste domestica e familiare, un discreto, generoso, confortante «compagno dell’anima».

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(Andrea Pagani)