Il conte Giovanni Codronchi Argeli fu personaggio di spicco dell’Imola di fine Ottocento, esponente della Destra storica: fu sindaco di Imola e di Castel San Pietro, ministro, prefetto, commissario antimafia in Sicilia, più volte deputato, e poi senatore e infine vicepresidente del Senato e altro ancora.
Due tombe nella parte monumentale del cimitero del Piratello, un poco abbandonate e riscoperte dalla concittadina Claudia Dall’Osso, lo ospitano con la famiglia, la moglie Giulia Pizzoli, quattro figlie, tra le quali Eugenia Codronchi Argeli, scrittrice e poetessa meglio conosciuta con lo pseudonimo di “Sfinge”, infine un’estranea: Bianca Belinzaghi.

Eugenia Codronchi Argeli (foto tratta dal dal sito visitareimola.it)

Come mai?

Prima di quattro sorelle, Eugenia Codronchi nacque ad Imola il 15 aprile 1865 e trascorse gran parte della sua vita a Castel San Pietro, nella villa di famiglia nel podere Coccapane, distrutta durante il secondo conflitto mondiale. Fu giornalista brillante, autrice di poesia, romanzi e novelle e si rivelò maestra nell’analisi della società contadina romagnola, come pure dell’alta società. Come affermano i biografi, ebbe “un’educazione vasta e completa (linguistica, letteraria, filosofica e musicale), avvalorata dalla confidenza di Giosuè Carducci, che di casa Codronchi era ospite e amico”.

Anticonformista e spirito arguto, scrisse anche saggi e recensioni per periodici e quotidiani nazionali (dalla “Nuova Antologia” a “Il Resto del Carlino”). Le protagoniste dei suoi lavori erano quasi sempre donne alla ricerca di una vita autonoma, use anche ad un linguaggio spregiudicato per l’epoca.

La vita di “Sfinge” fu complessa ed enigmatica, caratterizzata da una lunghissima relazione con Bianca Belinzaghi (conosciuta negli ambienti artistici e letterari con lo pseudonimo di “Guido da San Giuliano”), interrotta solo dalla morte di Eugenia il 2 giugno 1934.

Fu amore? Con tutta probabilità sì, sebbene alcuni affermino che si sia trattato non più di un’amicizia straordinaria: all’epoca non si faceva “outing”, specie se di famiglia così politicamente esposta, sta di fatto che dalla corrispondenza e dagli affettuosi testamenti di Eugenia (che a Bianca lasciò quasi tutto il suo patrimonio) trapelano sentimenti profondi.

Eugenia e Bianca convissero nella tenuta Coccapane a Castel San Pietro, conducendo una vita fatta di viaggi, salotti, musica e letteratura, intrattenendo numerose e importanti amicizie nell’ambito dell’ambiente culturale italiano e europeo.

Sfinge” era molto stimata dal pubblico e dai suoi colleghi (fra tutti il conterraneo Giovanni Pascoli, Matilde Serao, Grazia Deledda, Vittoria Aganoor Pompilj, Ersilia Caetani Lovatelli); pubblicò una ventina di libri, romanzi, novelle, inoltre testi teatrali, saggi, articoli su riviste.

Bianca Belinzaghi (Milano, 5 agosto 1861 – Imola, 14 gennaio 1943), di importante famiglia di banchieri, ebbe dunque uno stretto sodalizio letterario, di affetti e di vita con Eugenia Codronchi Argeli. Pubblicò libri di viaggio, di psicologia infantile, favole per bambini, fu amante della musica ed eccellente pianista; adottò anche lo pseudonimo di “Miss Brownie”.

Alma soror” la appellava “Sfinge” con affetto.

Notizie vi sono nella “International Encyclopedia of Pseudonyms”, la “Enciclopedia Internazionale Degli Pseudonimi”.

Eugenia non si può definire una femminista in senso proprio, eppure i contenuti dei suoi scritti si distinguono per la modernità dei temi trattati e per l’originalità dello stile. “Ciò che della scrittura di Sfinge colpisce il lettore moderno sono l’anticonformismo e lo spirito arguto che si rivela soprattutto nelle novelle, in particolare nelle raccolte”, così un critico [quale?], che continua: “Il lettore di Sfinge è costretto a confrontarsi con intrecci solo all’apparenza lineari e coerenti, ma che in realtà nascondono enigmi e ambiguità.” Come la sua vita.

Un’autrice contemporanea, Mara Antelling, definì “Sfinge” una “gran signora con l’abitudine alle cose squisite e signorili, mentre si sente fremere in lei tutte le audacie de’ nuovi tempi in un contemperamento originale e simpatico”.

A nostro avviso Eugenia e Bianca meritano di essere studiate e rivalutate: anche perché le fonti non mancano. Infatti, se troppo spesso gli archivi della memoria delle donne dei secoli precedenti sono andati distrutti o perduti, grazie a un lascito alla Biblioteca comunale di Imola voluto dalle stesse Eugenia e Bianca, ci sono rimaste la corrispondenza e carte manoscritte.

Il Fondo librario comprende circa 3000 opere tra libri e opuscoli, di cui molte prime edizioni corredate da dediche: vi si trovano libri di argomento storico, politico, giuridico ed economico e pubblicazioni di interesse locale, i classici moderni e contemporanei e saggi di linguistica, teatro, religione, arte, scienze naturali, geografia e agricoltura.

I Fondi iconografici comprendono alcune migliaia di fotografie, cartoline e stampe: i materiali riflettono il gusto dell’epoca, l’amore per il collezionismo, i viaggi e l’arte delle due intellettuali. Sono presenti ritratti di personaggi illustri, alcuni corredati da dediche, ricordi di viaggio, fotografie di opere d’arte e album di famiglia.

C’è poi il preziosissimo Fondo musicale Bianca Belinzaghi, che comprende 1800 volumi tra opere musicali, a stampa e manoscritte, e spartiti, parecchi assai rari. Nel 1939 Bianca Belinzaghi donò alla biblioteca 1200 libri appartenuti a Sfinge e 130 spartiti; alla sua morte a quella donazione si aggiunse l’eredità comprendente 600 volumi, 124 spartiti di musica operistica e 70 volumi di musica.

Bianca non si dimenticò della sua origine, infatti piccola parte della corrispondenza fra le due è conservata presso la Biblioteca nazionale Braidense a Milano, donò anche quadri alla Galleria d’arte moderna di quella città, del resto fu pure socia di enti e società del capoluogo lombardo.

Il fondo Codronchi-Belinzaghi è considerato tra i più interessanti fondi “femminili” pervenuti in dono alla Biblioteca. Loro lettere sono nei carteggi di parecchi scrittori e scrittrici dell’epoca.

Come si vede, c’è ampio spazio e materiale per studi, ricerche ed approfondimenti.

Peraltro, non mancano pubblicazioni loro dedicate: Antelling, Mara, Scrittrici viventi. Medaglioni, Almanacco Italiano Bemporad, 1903, pp. 378-402; Dall’Osso, Dionisio, Ricordo di “Sfinge” (Eugenia Codronchi Argeli), Associazione Giuseppe Scarabelli, Imola, 2001; Frau, Ombretta, Modernist ‘Cuckoldry’ in Sfinge’s Short Stories, 2014; Santoro, Anna, Il novecento. Antologia di scrittrici italiane del primo ventennio, Bulzoni, Roma, 1997; Tufani, Luciana, Una sfinge imolese: Eugenia Codronchi, in Leggere Donna 151, aprile-maggio-giugno 2011, pp. 24-26; Antonio Castronuovo, Prezzolini e Bianca Belinzaghi, in UA|3p [rivista “Università Aperta terza pagina“], Imola, a. XIII, n.4, aprile 2003, pp.4-5.

Concludiamo con un’osservazione su quanto scritto all’inizio: ci sembra significativamente all’avanguardia per i tempi che una famiglia conservatrice com’era quella dei Codronchi Argeli con la vicenda della tomba di famiglia abbia nei fatti superato i pregiudizi che esistevano all’epoca e che sono tutt’ora non completamente scomparsi.

(Marco Pelliconi)