Social media, siti, reti nelle reti, ecc., portano immediatezza e semplificazione ma anche leggerezza di valutazione e superficialità fino a conseguenze nefaste inaspettate come lo smarrimento nell’affrontare e risolvere conflitti sociali, familiari o di lavoro, ciò perché latitano le relazioni interpersonali che smarriscono quel legame che impoverisce non solo il singolo individuo ma la società nel suo complesso.

Come a dire che il divario tra “mondo digitale – vita reale” può non (sempre) andare assieme, perché l’uso smodato dei social ad esempio non dà un quadro limpido sui problemi della vita reale, al pari di ciò che può accadere quando dal mondo giovanile dello studio si passa senza adeguati passaggi intermedi (stage, formazione, ecc.) a quello pienamente adulto del lavoro che ricerca sì “risorse” allenate alla logica dei social network, ma senza quegli eccessi che impoveriscono la capacità di comprensione della realtà.

Per molto tempo si è ipotizzato che non dovesse esserci limite alla quantità di dati da produrre, raccogliere, scambiare e condividere, questo sia con il nobile scopo di “allargare” l’ombrello delle informazioni a tutti sia con quello (meno nobile) di far P.i.l., imponendolo come unico parametro per valutare buone politiche governative.

Nella Silicon Valley qualcosa sta comunque cambiando, grazie soprattutto all’opinione delle giovani generazioni che più sensibili al cambiamento climatico hanno di fatto “bannato” il Pil come solo indicatore di benessere di crescita e felicità, a disintossicare (a dir loro) la società dall’overdose da digitale e a rafforzare il senso della realtà, denunciando quelle applicazioni che forzano l’umana naturalezza e suggerendo ambienti (anche di lavoro) in cui l’uso dei dispositivi multimediali sia bandito.

Ciò anche per convincere la gente a non rincorrere lo spauracchio dell’informatizzazione esasperata che aggrava non solo il riscaldamento globale ma anche i possibili problemi per la nostra salute, come quelli delle app che ci rendono più “attenti” finanche, allargando il contesto più in generale, al rischio monopolistico da parte dei “Big Data” che catturano spazi aperti al dibattito pubblico rischiando così di far “scomparire” lo spirito democratico della (buona) politica.

Certamente Internet ci dà risultati favolosi guidandoci in 2 minuti anziché 10 alla pizzeria più vicina, ma non sappiamo che fine facciano i dati della memorizzazione sui server di Google e soprattutto chi e come controlla le (nostre) così tante “individualità”, quel che siamo e cosa facciamo, col dubbio che tutto ciò possa portare qualche maldestro sistema politico a credere di poter fare a meno dei suoi cittadini sulle tematiche legislative, del diritto o dell’economia nella convinzione che, a prescindere, più dati ci sono e meglio è.

Dalla prima pagina del World Wide Web (www) pubblicata dagli uffici del Cern di Ginevra nel 1991 la “ragnatela” ha sempre dato tanto una sensazione di libertà quanto quella opposta ossia di impedire la vita sociale al punto da divenirne un’ossessione che può diventare compulsiva e da cui è meglio liberarsi, ma in tutti gli altri casi no.

Stare sul web può significare rinunciare ai rapporti umani, quelli veri e che appagano, ma tutti quelli che scrivono ciò lo fanno dai quattro angoli del pianeta, da New York, da Milano, Parigi o Buenos Aires perché il web non ha confini e dà alla gente dei centro città quanto a quella delle periferie del mondo l’opportunità di parlare con qualcuno oltre il bar della piazza accanto dove i vecchi da sempre giocano solo a carte.

(Giuseppe Vassura)