I tedeschi arrivarono, come previsto. Per sostenere la loro ritirata requisivano tutto ciò che potevano in ogni paese sul loro cammino. Non fece eccezione il nostro. Accampati giù, sul greto del fiume, risalirono il sentiero. Entravano nelle case con prepotenza e obbligavano gli abitanti a consegnare tutto quello che avevano, soprattutto cibo, vino, animali e qualche attrezzo. Ad armi spianate terrorizzavano la popolazione con minacce e modi violenti. Si cercava di nascondere il possibile e non sempre andava bene. Quando se ne accorgevano inveivano e spintonavano con la canna del fucile chi voleva fregarli.

Truppe tedesche durante un rastrellamento (Foto Wikipedia)

Parlavano fra loro in quella lingua sconosciuta aspra e dura inserendo qualche parola in un italiano storpiato, per farsi capire meglio. Finita la guerra, quella parlata strana sarebbe stata oggetto di uno scherzoso irridente sarcasmo nello scambio dei nostri ricordi.

A Pippo non piacevano quegli uomini grigi dai toni secchi e aggressivi con i ferri in mano o a tracolla di cui perfino lui, un cane, percepiva la minaccia.
Abbaiava arrabbiato con insistenza.
Uno di loro si girò di scatto col mitra spianato e lo freddò con una raffica e un sorriso beffardo che irruppe in una sadica risata.

Il mio amatissimo allegro compagno di giornate solitarie al pascolo si abbattè al suolo in un lago di sangue.
Rimasi allibito. Un grumo di dolore salì dallo stomaco alla gola per sciogliersi in testa ed esplose in un moto di rabbia.
Urlai insulti all’assassino e mi avventai contro di lui. Mi respinse con violenza gettandomi a terra. Ero solo un ragazzino. Rimasi lì sconfitto, umiliato e livido di rabbia. Un vuoto improvviso si aprì dentro di me generando un senso di sospensione e di mancanza. Imparai l’ingiustizia.

I tedeschi si fermarono solo alcuni giorni e per fortuna non portarono via nessuno.

Avevamo vissuto un’esperienza diretta della brutalità della guerra i cui effetti, da qualche tempo, si erano intensificati anche da quelle parti, lasciando un segno indelebile nella coscienza di molti di noi.

Di lì a qualche mese si diffuse un’epidemia di afta bovina. A nulla valsero le discussioni accese e interminabili con nonno Piero a cui ormai tenevo testa.
Cercai di convincerlo a vendere il bestiame prima che si ammalasse. Sarebbe stata la rovina.
Cocciuto e arrogante come sempre, non ne volle sapere. Si verificò quanto previsto. Tutti le bestie morirono di una malattia che si presentò, quell’anno, piuttosto virulenta. Rimasti senza nulla, lasciammo il paese per trasferirci in un podere a valle. Iniziò una nuova vita.

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(Virna Gioiellieri)