La mia burrascosa nonna usava spesso questa figurata espressione dialettale: “Un dis gnènch sa fét a lè”, che non so bene come scrivere, ma che vuol dir così: “non ti dice neanche cosa fai lì”, frase pronunciata velocemente, in un solo respiro, che poteva essere rivolta a una persona che si fa gli affari suoi, oppure un po’ timida, asociale e riservata, ma in questo caso la nonna metteva davanti purè, poverino, non sa cosa dire, cosa ci vuoi fare, non ha le parole, e purè… Più spesso apostrofava così un ignorante, un arrogante, un maleducato, uno con la puzza sotto il naso.

Nonna Caterina (Foto archivio Roberta Giacometti)

In estate la nonna aveva l’abitudine di passare i pomeriggi e le sere seduta sulla sua piccola sedia impagliata fuori della porta di casa sua, che dava direttamente su viale Saffi.
Scendeva i due scalini, si metteva a fianco, a volte sgranava piselli, fagioli, puliva verdure appoggiandole al grembo e gli scalini le facevano da tavolino.
E intanto guardava passare le persone per la strada, a piedi e in bici; chi la conosceva le faceva un veloce saluto “av salùt Catarèna!”, lei alzava la testa, non riconosceva le persone dal volto perché era molto miope, ma dalla voce: “av salùt Pirì”.
A volte la raggiungeva una vicina, scambiavano due chiacchiere, parlando dei loro mali, dei calli che dolevano e allora presto pioverà, del prezzo del pane, del latte, come faremo a fare la spesa, oppure de budghèr, il bottegaio.

Tutte le sere passava di lì il così detto “Un dis gnènch sa fét a lè”, il suo padrone di casa. Più o meno suo coetaneo, non la degnava di uno sguardo.
Lei ringhiava in silenzio e lo seguiva con lo sguardo finchè poteva, maledicendolo alla romagnola: “cut vègna un azidènt”, che ti venga un accidente, ma questa frase non deve fare insospettire, perché in Romagna la si dice anche a un buon amico incontrato per caso, è un modo di dire molto diffuso.

I pomeriggi che la nonna trascorreva da noi ricordava spesso il suo padrone: chi si crede di essere, quanta spocchia, li prende però i miei soldi a inizio mese, non gli fanno mica schifo quelli, e se c’è da aggiustare qualcosa in casa non è mai compito suo e ci dobbiamo arrangiare noi.
Casa poi, solo due stanze buie e umide e il gabinetto nel cortile. Era l’unica cosa che poteva permettersi con la sua misera pensione ma era a due passi da casa nostra.

Sa fèt a lè le passava davanti ben vestito, col cappello, aveva il cane al guinzaglio. Quel cane la nonna lo malediva più del padrone perché veniva trattato meglio di un essere umano e questo lei non lo sopportava.
Poi nel tempo il cane fu sostituito da un bastone da passeggio e sul volto della nonna comparve un leggero ghigno. Poi lo vide passare a braccetto di una cameriera, osta ciò vedi cosa vogliono dire i soldi, e che lusso può permettersi cun i mi sóld.

Era vedovo, senza figli, doveva pagarsi la compagnia per allontanare la solitudine, neanche dei figli era stato capace di fare!
Lei ne aveva tre, scampati miracolosamente alla guerra, erano la sua garanzia e il suo orgoglio e abbassando il volto sghignazzava.
Il babbo si era stancato di questo modo di fare della nonna e le aveva proposto di cambiare casa, sempre vicina a noi, ma lei urlava: no, il ricovero no!
Perché era proprio di fronte a casa nostra e lei qualche sospetto ce l’aveva, piuttosto morta, minacciava, mi butto nel canale, che passava a fianco.
Il babbo allargava le braccia rassegnato: la sua mamma era una battaglia persa, aveva talmente ancora tanto ardimento e lui che lavorava tutto il giorno non ce la poteva fare ad affrontarla.

Poi un giorno la nonna ci disse che sa fét, che era sparito da un po’ dalla circolazione, era morto: Lè andé in tè chémp dla tópa, come chiamava lei il cimitero: il campo della topa, avrà portato di là tutti i suoi soldi?, mi han detto che non c’era nessuno al suo funerale! L’era ‘na carogna!

Poi la nonna stette zitta un po’, si schiarì la voce e si confidò: adès a sò piò cuntènta, a sò soddisfa, aiò campé piò mè, ho campato più io, una bella soddisfazione, con tutti i miei mali e le cativerie sopportate nella mia vita, eh già, sono stata più resistente, ajò t’nù bòta piò mè. Quénd che tucarà a mè, perché um tucarà, lo cercherò in quel campo di là e lo troverò e da dietro gli toccherò la spalla e gli urlerò: a tò vést: sa fét a lè!!!

(Roberta Giacometti)

P.S. Io scrivo il dialetto come lo sento, quindi certamente non sarà corretto come dovrebbe, provo a trascrivere quello che che è un lessico familiare imolese, quindi chissà…